Anatomia di un linciaggio

Tutto è cominciato il 26 febbraio quando si era messo in quarantena, indossando la mascherina in diretta. Non l’avesse mai fatto. Quel giorno la viceministra Laura Castelli, illuminata come sempre, sbottava: «Poi ci chiediamo perché chiudono i voli per l’Italia», Carlo Calenda lo invitava elegantemente a cambiare lavoro e Matteo Orfini, profetico, sentenziava: «La mascherina non serve, come non serve alla Camera». Neanche il tempo di finire queste requisitorie e l’Italia precipitava nel lockdown, blindando le frontiere. Qualcuno ha chiesto scusa? O ha abbozzato almeno una timida autocritica?

Non scherziamo: Attilio Fontana aveva ragione ma da quel momento l’hanno fatto accomodare, per dirla con Bertolt Brecht, dalla parte del torto. Posto fisso scomodissimo. Sotto processo. Colpevole. Capro espiatorio nazionale e parafulmine unico del disastro arrivato dalla Cina.

Il guastafeste degli inizi della pandemia aveva qualche buona ragione per coprirsi il viso, mentre i soliti sapientoni lo deridevano? Poco male: basta aggiornare il ritratto, sfruttando la curva terrificante dell’epidemia. Il menagramo degli esordi, in vena di mascherate fuori target per chi aveva una fretta indiavolata di ripartire, diventa in un amen il politico cinico seduto su una montagna di morti.

C’è Fontana in cima ai ragionamenti di tanti blasonati leader che gli addebitano, allora come oggi, quasi tutto quello che è successo: la zona rossa di Nembro e Alzano è sciaguratamente slittata? È colpa sua. Il virus si accanisce soprattutto sulla Lombardia? Il dito è puntato contro di lui, ovvio, e contro l’assessore alla sanità Giulio Gallera, prontamente ribattezzato dal Fatto «Avanzo di Gallera».

Le telecamere dei programmi televisivi di tendenza, da Report a Piazzapulita, documentano lo smantellamento, vero solo in minima parte, di un sistema sanitario celebrato fino al giorno prima come il migliore d’Italia e uno dei più avanzati d’Europa. Tanto che la Lombardia era, e tornerà ad essere, la meta di migliaia e migliaia di malati provenienti da tutta la penisola.

Ma la memoria è corta e la cronaca è famelica. Rullano i tamburi della giudiziaria e, come sempre nel nostro Paese, i fili delle procure si intrecciano con quelli dei media. È il gatto che si mangia la coda, ma soprattutto prova a spolpare la vetrina nazionale del centrodestra, la culla del berlusconismo e del salvinismo. La locomotiva d’Italia che ha i suoi difetti, ma anche molti pregi.

Intendiamoci: non è che la giunta Fontana, travolta da un’emergenza senza precedenti, non abbia le sue responsabilità e non abbia commesso errori. Gli sbagli e le inadeguatezze ci sono stati e sono evidenti: dai medici allo sbaraglio, almeno nella prima fase, alle residenze per anziani dove si entrava con sciagurata disinvoltura, come del resto è accaduto in mezzo mondo; ma è altrettanto lampante il gioco al massacro. Naturalmente, a senso unico.

Il governo Conte ha proclamato lo stato di emergenza, poi è andato in letargo per tutto febbraio senza muovere un dito e si è fatto trovare all’appuntamento con il coronavirus impreparato, a corto di mascherine e dispositivi di protezione, con le idee confuse e una strategia di fondo chiara come un balbettio. Non importa: Conte viene lodato, Fontana crocifisso. «Dimissioni, dimissioni», diventa il ritornello scandito sulla piazza mediatica perennemente mobilitata. La procura di Bergamo a sorpresa smentisce i salotti politically correct: «La zona rossa spettava all’esecutivo». Fontana aggiunge granelli di buonsenso: «Ma secondo voi potevo essere io a mandare i carabinieri per chiudere la zona?» Dettagli. Come sembra una riflessione oziosa quella di chi invita a leggere la Costituzione dove si spiega, come è ovvio, che le pandemie devono essere combattute da Roma. E non da Milano o da Bologna. Dal centro, non dalla periferia. Quel passaggio – all’articolo 117, lettera q – dovrebbe essere, quantomeno, l’indizio di una corresponsabilità di Palazzo Chigi, ma non è così.

L’indagine della Procura di Milano si concentra sui troppi morti della Baggina, la gloriosa casa di riposo simbolo della carità ambrosiana, ma anche location dell’arresto di Mario Chiesa e dell’esplosione di Tangentopoli. La coincidenza fatale fa scoccare la scintilla e la presenza nella Commissione d’inchiesta dell’ex pm del Pool Gherardo Colombo pare ai girotondini della nuova generazione un segnale divino. Gli attacchi ripartono più feroci di prima, giocando di sponda con assonanze e suggestioni: ritorna Mani pulite, tintinnano le manette, si aspetta – per ora invano – il colpo di scena che metta fine all’Ancien Regime. Che, poi è stato scelto dal popolo a grande maggioranza, ma pure questo è un particolare che non disturba chi ha le vene del collo gonfie per il furore.

La Regione, in piena emergenza, gioca la carta del nuovo ospedale in Fiera, realizzato a tempo record e con l’aiuto milionario dell’imprenditoria più titolata. Ma il contagio diminuisce e i letti restano vuoti. Altre requisitorie. E poi insulti. Sorrisetti di commiserazione e didascalie pungenti come spine: Fontana diventa lo sprecone e lo scialacquatore. Insomma, si utilizza tutto il repertorio della lapidazione mediatica.

Fino a quest’ultima storia dei camici: un mezzo pasticcio, forse, dettato dai ritmi forsennati delle settimane in cui la malattia sembrava inarrestabile e i necrologi riempivano pagine su pagine.

Il governatore cerca di sfuggire alla parte con parole intinte nell’indignazione: «Pazzesco, sono indagato perché ho pagato di tasca mia», ma la sentenza, scritta sull’acqua, è già confezionata. Anche se il bonifico sospetto non c’è mai stato e la Regione Lombardia non ha tirato fuori un centesimo per quei grembiuli, equipaggiamento necessario sulla prima linea della guerra. Il copione non deve cambiare. Colpevole. Lui e solo lui. E se non è così, si troverà al più presto un altro capo d’accusa.



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