>>>ANSA/ Muse inquiete, la Biennale riflette sulle crisi

(di Silvia Lambertucci) (ANSA) – ROMA, 15 LUG – Gli anni a cavallo delle due guerre
con l’ascesa dei totalitarismi. Il cinema che piano piano viene
risucchiato dalla politica che ne ha scoperto l’immenso potere
di propaganda. E poi la crisi della Guerra Fredda, gli scontri
del ’68, i cambiamenti epocali degli anni ’70, il post moderno,
la globalizzazione. Solo parzialmente fermata dalla pandemia
Covid, che ha fatto rinviare di un anno la Mostra di
Architettura in programma per il 2020, la Biennale riscopre il
suo ruolo di specchio della società e si racconta riflettendo
sui momenti di crisi, i nodi della storia, gli eventi epocali
dei quali è stata partecipe e testimone, in una mostra allestita
dal 29 agosto all’8 dicembre al Padiglione Centrale dei
Giardini.
    Un progetto nato per celebrare i 125 anni dell’istituzione,
sottolinea il presidente Roberto Cicutto, e che poi si è espanso
e riempito di significati proprio in conseguenza del momento
particolarissimo che stiamo vivendo. In qualche modo l’avvio di
una Biennale per la prima volta davvero corale, come sottolinea
dal suo studio di Boston il direttore della Mostra di
Architettura Hashim Sarkis, perché alla sua realizzazione hanno
lavorato insieme, seppure ognuno dal suo studio e dal suo angolo
di mondo, tutti i curatori delle sei diverse sezioni, da Cecilia
Alemani (Arte) ad Alberto Barbera (Cinema), da Marie Chouinard
(Danza) a Ivan Fedele (Musica), Antonio Latella (Teatro) e
appunto Hashim Sarkis (Architettura). Anche su questo, spiega
Alemani, gioca il titolo scelto per questa esposizione “Muse
inquiete. La Biennale di fronte alla storia”, che certo allude a
de Chirico con le sue Muse inquietanti presentate nell’edizione
del 1948 , ma nello stesso tempo rimanda alle diverse forme di
arte che qui giocano tutte insieme. Una riflessione corale e
multimediale, che negli ambienti del Padiglione allestiti dai
Forma Fantasma (“talenti italiani che vivono ad Amsterdam ” li
definisce Cecilia Alemani), complice l’archivio storico della
Biennale (Asac), offrirà un tuffo nella storia e nelle storie,
con foto d’epoca, film, filmati, documenti, e anche tanti
inediti. La Biennale come istituzione vede la luce nel 1895 all’inizio
solo come esposizione di arte. Il percorso della mostra parte
invece dagli Anni Trenta, quando arrivano il Cinema (che debutta
nel 32) e il Teatro (dal 1934). Sono gli anni dei totalitarismi,
racconta il direttore Cinema Barbera, eppure la politica
arriverà ad occupare, anche pesantemente, gli spazi della Mostra
solo dal 1938, quando la visita di Goebbels avrà reso chiaro a
tutti quanto la settima arte sia fondamentale per supportare i
regimi. Il cinema di fatto, spiega ancora Barbera, si dimostra
l’occhio del Novecento, “un sismografo in grado di intercettare
e alle volte di indurre le trasformazioni collettive”. E un po’
sarà così anche per l’arte, durante la Guerra Fredda ad esempio,
quando nel ’48 in una memorabile edizione arriverà in mostra per
la prima volta il grande Picasso. E Peggy Guggenheim, che ancora
non aveva aperto il suo personale museo sul Canal Grande e che
di quella edizione fu la vera star, portò nel Padiglione della
Grecia (allora dilaniata dalla guerra civile) allestito da Carlo
Scarpa la sua abbacinante collezione d’arte con i Mondrian, i
Rothko e gli straordinari Pollock che in Europa non si erano
ancora visti. Dinamiche, quelle della Guerra Fredda, che si
riflettono pure nella musica come racconta Ivan Fedele con le
vicende di Sostakovic e di Prokofiev. E ancora il ’68 con la sua
rivoluzione dei costumi e lo scontro generazionale che arriva in
Mostra. Gli anni Settanta con le edizioni rinnovate dalla
presidenza di Carlo Ripa di Meana, che a Venezia porta gente
come Luca Ronconi e Vittorio Gregotti, l’architettura che da
contenitore si fa contenuto e si mette in gioco con le altre
arti, gli anni del Post Moderno di Portoghesi e Aldo Rossi, la
globalizzazione con irrompe con l’ultimo decennio del cosiddetto
secolo breve. L’idea, sintetizza Cicutto, è di un evento che non
si esaurisce in una serie di mostre, ma rende invece il senso di “fluire continuo”, un po’ come è appunto quello della storia,
segnato dai drammi e dalle rivoluzioni, dal progresso come dalle
calamità. Tant’è. L’arte, sottolinea Cecilia Alemani, va avanti lo
stesso. Le muse sono inquiete e attive. E questa mostra con i
suoi occhi sul passato che si propongono come riflessione anche
sul presente e sul futuro, accetta la sfida di dimostrarlo. Non
a caso qualcuno, tra i sei curatori collegati dalle loro diverse
città, cita le parole di Richter: “L’arte è la forma più alta
della speranza”. (ANSA).
   


Fonte originale: Leggi ora la fonte