Autostrade, il premier rinvia. La linea dura adesso vacilla

Cronache di un Paese in coma. È la metà di luglio e l’Italia è ancora sospesa in un incantesimo. Bisogna riconoscere che Conte, e il suo consigliere Casalino, stanno diventando maestri nel far sparire le cose. Qualsiasi atto politico, un tempo definito necessario e urgente, a un certo punto, puf, scompare. È un gioco di prestigio: mano destra, mano sinistra, non c’è più. L’ultima illusione è il destino delle autostrade italiane. Se ne parla dal 15 agosto 2018, il giorno dopo la caduta del ponte Morandi di Genova. Quel giorno il gruppo Atlantia, le cui azioni sono in maggioranza nelle mani della famiglia Benetton, fu condannato sulla pubblica piazza. La pena «politica» fu la revoca delle concessioni. Mai più la gestione delle autostrade, si disse, a chi guadagna senza prendersi cura della sicurezza. Fu una sentenza extragiudiziaria, a pelle, scritta sul dolore e sul pianto. Fatto sta che per Conte, a guida di un governo di un altro colore, e per i Cinque Stelle la questione Atlantia divenne una promessa e una bandiera.

Sono passati quasi due anni. Il ponte è stato ricostruito lasciando fuori i Benetton dai lavori. La sentenza non è stata applicata. Si diceva che ieri sarebbe stata l’ora del giudizio. Tutto avrebbe dovuto compiersi al Consiglio dei ministri. L’appuntamento prima era previsto per la mattina, poi il pomeriggio. Alla fine è stato spostato più in là, perché il ministro della Salute Roberto Speranza era impegnato in Parlamento per illustrare le nuove disposizioni sull’emergenza virus. La scelta è stata vedersi alle dieci della sera, perché ormai si è capito che il buio aiuta i prestigiatori. Conte prima del Consiglio fa la voce dura: «O accettano le condizioni del governo o è revoca». In realtà la trattativa è in corso. Aspi, la società che gestisce le autostrade, ha presentato una nuova proposta più conciliante. Si cerca un compromesso utile a tutti.

Attenzione, nel gioco dei poteri c’è comunque una sorpresa, un piccolo colpo di scena. Sembra che a spingere per l’eclissi della revoca sia Luigino Di Maio. È lui che fa pressioni su Conte per spostare la scelta più in là, lasciandola decantare e magari lasciandola nel cassetto delle cose pensate e dimenticate. Che è successo? Non è che il ministro degli Esteri è diventato all’improvviso amico della famiglia Benetton. Non se ne hanno indizi, perlomeno. No, la questione è pratica. I grillini di governo non vogliono la revoca perché ne conoscono i rischi e le difficoltà: il contenzioso, l’indennizzo miliardario, la gestione della successiva gara d’appalto. La strategia, e la speranza, è di continuare a trattare con i Benetton e concordare un’uscita più netta di quella finora concessa. In questa storia c’è anche da segnalare l’irritazione dei soci di minoranza cinesi di Aspi della Silk Road e si sa che la via della seta ha sempre un suo fascino sotto le stelle. L’altra grana arriva dagli investitori stranieri che non riescono davvero a capire lo strano capitalismo italiano dove la fiducia si perde negli arabeschi della politica. È una raccomandazione, quella sulla certezza del diritto, che Angela Merkel ha fatto al premier italiano nell’ultimo faccia a faccia. Cosa resta dopo questo discorso? Le code chilometriche ai caselli autostradali. Santa pazienza.



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