Caos infetti dai Balcani In tre giorni 200 arrivi

Ne sono arrivati duecento in tre giorni. Pakistani, afghani, bengalesi. Sono stati trovati anche in zone dove «non se ne vedevano da tempo. È evidente che dietro c’è un’organizzazione criminale», dice un poliziotto della prima linea. Rotta balcanica, confine Italia-Slovenia, la meta finale. Quella silenziosa, dove non ci sono i barconi e le ong, ma i numeri sono gli stessi della frontiera Sud. L’allarme è maggiore, perché qui non ci sono navi per la quarantena. Ma i migranti arrivano proprio da quei Paesi da cui l’Italia ha bloccato voli e ingressi per l’alto tasso di contagi: Serbia, Bosnia, Macedonia. Tutti passano da lì prima di attraversare Croazia e Slovenia ed entrare in Friuli Venezia Giulia. Gruppi di trenta, quaranta al giorno. Ne sono arrivati così più di mille tra maggio giugno, i dati di luglio sono parziali ma a curva è in crescita.

E se non ci sono navi per la quarantena, non ci sono i tamponi né i test sierologici, se non dopo che le persone sono state accolte. Ma neanche strutture a sufficienza per reggere nel tempo questi numeri. Accade così che due giorni fa una ventina di pakistani appena rintracciati in provincia di Udine dalla polizia siano stati portati in Questura per mancanza di spazio nel centro di accoglienza. Hanno stazionato per ore nel cortile interno, con le mascherine ma senza alcun test preventivo. Eppure per il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese che tre giorni fa era a Trieste, non c’è un’emergenza rotta balcanica, perché «la cooperazione con la Slovenia è buona, bisogna migliorare i controlli». Le riammissioni dei migranti che vengono riconsegnati alle autorità slovene sono in aumento sì, ma spesso vengono aggirate dal traffico di esseri umani che si muove su gomma. Perché per essere respinti in Slovenia è necessario che i migranti vengano ritrovati dalle forze dell’ordine entro un raggio di dieci chilometri dal confine: «Nelle ultime settimane stiamo registrando un fenomeno diverso: le persone vengono ritrovate anche a 50 chilometri di distanza, segno che qualcuno le porta più avanti perché altrimenti a piedi verrebbero individuate prima e respinte», spiega Olivo Comelli, segretario regionale del Sap. «Lo Stato ha vietato l’ingresso e il transito in Italia alle persone che nelle ultime due settimane hanno soggiornato o transitato in Serbia e Bosnia – continua il collega di Trieste Lorenzo Tamaro – ma i migranti arrivano da lì. Qui i tamponi non vengono fatti, prima le forze di polizia li identificano e solo poi vengono fatti i controlli».

Furgoni e auto a noleggio. Sono tornati gli scafisti di terra. Dalla polizia di frontiera di Trieste confermano che gli arresti di chi lucra sul traffico sono in aumento nelle ultime settimane. Perlomeno per quelli che si riescono a fermare. Impossibile però controllare tutti i mezzi. Due giorni fa sono stati bloccati due passeur che avevano a bordo sei bengalesi. E novanta persone sono state rintracciate in un comune della provincia di Udine dove di migranti non se ne erano mai visti prima: «Qualcuno li ha lasciati qui». Il governatore Massimiliano Fedriga chiede aiuto a Roma: «Al ministro dell’Interno Lamorgese ho fatto presente la situazione degli irregolari per l’epidemia che si sta sviluppando sulla rotta balcanica. Mi ha assicurato che la questione verrà affrontata». La paura da queste parti, dove le comunità sono sempre state accoglienti, è il virus. Soprattutto tra le forze dell’ordine, che pretendono protocolli più rigorosi a tutela della loro salute su questa frontiera «dimenticata». «Chiediamo che prima di effettuare qualsiasi attività di identificazione – scrive il sindacato autonomo – venga accertata la positività dei soggetti«.



Fonte originale: Leggi ora la fonte