Come si vive nella zona rossa colpita dal Coronavirus

Tutto è successo in modo improvviso, estremamente rapido. Venerdì la notizia: “Un caso di Coronavirus a Codogno” e dal quel momento, qui, a Lodi e in particolar modo nel basso lodigiano, la vita di ogni giorno non è stata più la stessa, per nessuno. Terra semplice, agricola, silenziosa e operaia, questa zona della bassa lombarda dove la vita di sempre e da sempre ha nella  ritualità del lavoro il metronomo delle sue giornate.

I pendolari diretti a Milano ad affollare le banchine della stazione sin dalle prime ore del mattino, i lavoratori delle cascine, alle porte della città, impegnati nelle stalle e nei campi immersi nella nebbia che anticipa l’albeggio, gli studenti con passo svogliato a riempire le strade del capoluogo e bar e negozi ad accompagnare la semplice e operosa quotidianità di provincia. È sempre stata questa la vita a Lodi, una città che in pochi sapevano dove si trovasse con esattezza: “Da dove vieni?”, “Da Lodi, vicino a Milano” è stato un mantra che per anni e generazioni i lodigiani hanno ripetuto ogni volta che dovevano a spiegare a qualcuno conosciuto all’estero o in altre regioni d’Italia dove vivevano. In poche ore invece la silenziosa Lodi è sulla bocca di tutto il mondo. Ora chiunque conosce la toponomastica del lodigiano, la osserva e l’ascolta e gli riserva quell’attenzione prepotente che richiedono i luoghi in cui improvvisa si è abbattuta la notizia e quella diffidenza per le terre in cui nella cronaca germogliano sospetto e paura.

“Non è entrato nessuno oggi in negozio. Se questa situazione prosegue sarà un disastro economico”. Il pensiero degli esercenti è stato subito unanime e mentre la città si svuotava poco a poco trincerandosi dietro la paura, le fonti ufficiali annunciavano l’aumento dei casi di contagio a Codogno e nei paesi della Bassa. Un aumento direttamente proporzionale tra nuovi contagi e psicosi collettiva è stato tangibile: supermercati presi d’assalto in poche ore, sui social network e nei gruppi sulle chat immediate hanno iniziato a circolare notizie senza logica e coerenza. Chi annunciava in maniera arbitraria e senza alcuna prova che a breve sarebbe stato messo in quarantena il capoluogo, chi diffondeva istruzioni su come fabbricarsi in modo autonomo del disinfettante per mani, chi invitava i lodigiani a non preoccuparsi perché tanto San Bassiano (il patrono cittadino) protegge la città dall’epidemia e ricordava il suo celebre bacio taumaturgico agli appestati, chi informava di essersi sottoposto a quarantena volontaria perché sospettava di essere stato in contatto con cittadini della bassa e chi invece organizzava cene e chi invitava, più semplicemente, alla cautela.

Le informazioni travolgono tutti: treni sospesi, dieci comuni in isolamento, posti di blocco ed esercito nelle strade e poi l’ordinanza che impone la chiusura di cinema, musei, teatri, scuole, pub e ristoranti a partire dalle 18:00 sino alle 6:00 di mattina. Lodi cambia volto definitivamente. La mattina, il tema Coronavirus, è sulla bocca di tutti quei pochi che ancora decidono di frequentare la città: chiunque ne parla e il pensiero comune si spacca rincorrendo il binomio: apocalittici e indifferenti.

“Lo sai che un’intera famiglia di sette persone ha fatto la richiesta per sottoporsi al tampone? E il motivo? Perché un mese fa è morta la nonna di 96 anni e temono che possa essere deceduta a causa del virus: pazzesco”. Verità o leggenda metropolitana? Non è dato saperlo, certo è che anche questi racconti sono ormai parte integrante della vita ai margini della zona rossa.

Non è invece una leggenda metropolitana quanto raccontato dalla titolare dell’unico negozio di caccia e pesca della zona. “Siamo rimasti chiusi sabato e lunedì, oggi (martedì 25 febbraio per chi legge, Ndr) si è già presentato un cliente che è venuto a comprare le munizioni per la pistola perché sua moglie è terrorizzata e vede in tutto questo uno scenario apocalittico”.

Paradossale, certo, ma rientra in una serie di misure esasperate con cui gli abitanti del capoluogo stanno acquisendo eccessiva famigliarità. In alcuni studi di professionisti locali ai dipendenti è stato imposto di indossare i guanti e di evitare anche la stretta di mano con i clienti, alcuni commercianti hanno trascorso le prime notti dormendo all’interno dei propri negozi e poi le mascherine, che farmacie e grossisti hanno esaurito, ormai sono diventate un accessorio fondamentale, per poter uscire di casa, per molti cittadini di Lodi.

Lodi è il capoluogo lombardo più interessato dall’epidemia di Coronavirus e i comuni in isolamento, dove 50mila persone vivono separate dal mondo esterno, distano dalla città solo una decina di chilometri. Accedervi è impossibile perché il lodigiano, proprio come nei territori in guerra o dove imperversano epidemie, è punteggiato da una serie di checkpointche impediscono il transito a chiunque. Guardamiglio, Somaglia, Maleo, Bertonico, Ospedaletto Lodigiano, Vittadone, Zorlesco, sono questi i nomi dei luoghi in cui carabinieri, polizia, guardia di Finanza e uomini dell’esercito impediscono il transito alle persone.

È qui che sono state adottate le misure più radicali come la chiusura dei cimiteri e sono questi luoghi un osservatorio preferenziale per comprendere paura e indifferenza, preoccupazione e malinconia e più in generale lo stravolgimento del vivere quotidiano. A singhiozzo si formano file di camion e automobili, non tutti sono al corrente dei provvedimenti e del blocco delle strade. Un trasportatore esasperato dai rallentamenti e dalle deviazioni impreca contro il virus e la psicosi collettiva, un ambulante, sul ponte di Zorlesco, cerca di spiegare ai militari della Finanza che per lui questo blocco significa non aver entrate e cerca di convincere in tutti i modi gli uomini delle Fiamme gialle a farlo transitare. Niente da fare. Non si passa. ”Allora potete tenervi anche il camion perché tanto questo virus mi ha già rovinato”, è la chiosa dell’uomo prima di fare inversione e andarsene.

Scoramento e paura, nervosismo ma anche dolcezza, è un mondo nuovo, diverso, paradossale quello che si manifesta ai posti di blocco del lodigiano. Chi ha amici e parenti nelle zone dove è in vigore la quarantena si reca sul confine con borse della spesa e aspetta che dall’altra parte dello sbarramento arrivino i conoscenti per far loro avere, attraverso la protezione civile e i carabinieri, tutto ciò di cui hanno bisogno. “Ho portato le medicine per mia mamma, adesso aspetto che arrivi mio fratello che vive a Somaglia e le do a lui”, spiega una donna che poi si sbraccia per salutarlo e urla da dietro la mascherina: “Dai un bacio alla mamma, dille che sto bene e prenditi cura di lei”.

Più che la malattia fa male la separazione: quella delle mascherine, dei nuovi confini, dell’isolamento e pure dell’egoismo di chi dice: “Tanto è letale solo per gli anziani e gli ammalati”. Sta per calare la sera, le agenzie di stampa fanno sapere che all’Ospedale maggiore è in corso di allestimento un reparto di “malattie infettive”. Una struttura di 18 letti per i pazienti coinvolti dal Coronavirus, che verrà installata dove ora opera la neurologia. I pochi locali aperti si apprestano a chiudere in tutta la città di Lodi, l’eco delle ambulanze e delle automobili della guardia medica riecheggia dalla città bassa dove è situato il nosocomio sino alle vie del centro.

In piazza della Vittoria però intanto come per sfregio a psicosi e isteria alcuni bambini continuano a festeggiare il Carnevale. In città, i bambini che si travestono nei giorni di Carnevale, vengono chiamati più semplicemente “mascherine”. La mascherina dell’Uomo Ragno e di Zorro, di Biancaneve o della Fata Turchina. Sono in pochi, una piccola fronda di mascherine resistenti capace di dimostrare che la vita può andare avanti anche in margine alla malattia e che ci insegna che in questi giorni di panico e isolamento esistono mascherine per proteggere la paura come una barricata di fobia e mascherine che invece, nella loro ingenuità e delicatezza, ci ricordano la bellezza di sorridere e continuare a vivere, anche a una manciata di chilometri dall’epicentro del Coronavirus. Il Giornale.it

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