“Con Berlinguer parlavo di calze. con Cossiga di Usa e giustizia”

Dica

«Come dica? Dimmi tu piuttosto, fammi qualche domanda, se no che razza di intervista è? E poi scusa, perché mi dai del lei?».

Ma no, dica, anzi dicaaa, è una citazione. È l’attacco di un tuo articolo sulla Stampa degli anni 90 sulla burocrazia, è «quella parola magica che, con tono strascicato. l’impiegato romano usa da duecento anni per darsi importanza e per evitare di risolvere i problemi».

«Dica è un alibi, serve per fingere di affrontare una situazione. Una volta l’ho usato arditamente con il mio editore, che era Gianni Agnelli quando lavoravo alla Stampa. Gli chiesi candidamente: dica avvocato, perché la cultura del suo giornale è una riserva per i comunisti».

E lui?

«Fu rapido e cinico, molto sincero: vede, mi disse, io devo avere dei sindacati felici per le mie aziende, e la cultura aiuta tantissimo. Era nata un’amicizia, mi invitava nel suo studio e parlavamo per ore di America Latina e di scrittori. Ovviamente sapevi dove scrivevi e ti davi una regolata. Come su tutti i giornali italiani».

Una scelta imprenditoriale. Non fa una piega.

«In questo il giornalismo non è cambiato un granché. Fin dai tempi del fascismo e della guerra fredda il concetto semplice di verità è stato sostituito con quello a testata multipla di linea editoriale del tuo padrone o del tuo partito».

Paolo Guzzanti, ottant’anni oggi, festeggerà in una trattoria vicino al Pantheon con mezza famiglia, cioè la compagna Antonella e le figlie Caterina e Liv: l’altra metà è rimasta in America, bloccata dal Covid. Sessanta di questi anni li ha passati a scrivere. Quotidiani, tv, libri, saggi, romanzi. Poi è entrato in politica. «Un po’ per inerzia naturale. Un socialista liberale come me non poteva che avvicinarsi a Forza Italia. Un po’ per sbaglio: quando decisero di istituire la commissione Mitrokhin, chi altro avrebbe potuto presiederla se non io, che avevo creato il caso con la mia inchiesta, proprio da voi sul Giornale?». Spirito inquieto, mai fermo. Psi, Fi, Polo della Libertà, Pli, ancora Fi, un continuo tira e molla con il Cav. «Ma non sono un voltagabbana, ho seguito il mio istinto». Due mogli, sei figli, tre dei quali noti attori, la passione per gli Stati Uniti, una recente cotta per il teatro. Alla fine è tornato al vecchio amore, e scrive per Il Giornale e Il Riformista.

Da Pertini a Conte, da Craxi a Berlusconi. Li hai conosciuti tutti, molti li hai intervistati.

«Tutti tranne uno, Enrico Berlinguer. Avevamo un buon rapporto, ci stavamo simpatici e ci incontravamo spesso sull’aereo per Bruxelles. Però lui evitava i temi politici, parlava di altro. Di storia, di letteratura. Una volta di calzini».

Di pedalini?

«Si, abbiamo discusso a lungo se andavano abbinati al colore dei pantaloni o delle scarpe, se era meglio accordare le tinte o cercare il contrasto. Era davvero un tipo elegante. Mi incuriosiva, apprezzavo il suo tentativo di sganciarsi definitivamente dall’Urss, ma il caso Moro ha ammazzato tutto. È rimasto il rimpianto di non averlo mai intervistato».

Hai cominciato all’Avanti

«Sì, come tipografo e correttore di bozze. Erano gli anni sessanta, c’era il piombo. Ho fatto la gavetta prima di poter scrivere, mi occupavo di tutto».

La svolta con Repubblica

«Quella è stata la mia università. Avevo conosciuto la moglie di Scalfari, Serena Rossetti, proprio nei giorni in cui lui preparava l’uscita del quotidiano. All’epoca dirigevo Il Giornale di Calabria, un foglio legato al segretario del Psi Giacomo Mancini, e pure quella fu una grande avventura. Una sera venne a chiamarmi il centralinista, trafelato. Dutturi, dutturi, c’e lu dutturi Scalfari al telefono. Viaggiai di notte, in macchina, con pochi vestiti raccolti in fretta. E firmai. È stata una bellissima stagione professionale. Tantissima politica italiana, e poi Cile, Polonia, Beirut, Medio Oriente, ho girato il mondo. D’estate Eugenio mi commissionava dei reportage fantastici. Il viaggio di Ulisse, le origini della borghesia in Europa, i fasti della Repubblica Serenissima di Venezia».

A proposito delle vocine. Ancora si parla dei tuoi scherzi telefonici, di quando hai chiamato Quelli della notte di Arbore in diretta spacciandoti per Pertini

«Per la verità non erano proprio scherzi, io facevo satira politica dal vivo: convocavo i leader al Quirinale, suscitavo reazioni surreali e Pertini è stato per un po’ il mio ventriloquo. E lui, l’ho saputo dalla moglie Carla Voltolina, era pazzo di queste scorribande. Diceva che gli ricordavo Le Canarde Enchaine, il foglio satirico di quando era esule a Parigi. Con la voce di Eugenio Scalfari invece ho licenziato qualche caporedattore centrale. L’umorismo è la vera arma rivoluzionaria degli uomini liberi, ma solo se rischi».

E Scalfari non si seccava?

«Macché. Un giorno mi chiese di sentire se lo imitavo bene. Beh, commentò alla fine della prova, oggi è facile perché ho la raucedine. Si arrabbiò solo quando seppe che Piero Ostellino mi voleva al Corriere della Sera: si sdraiò davanti all’ascensore dicendo che sarei dovuto passare sul suo cadavere. Io lo applaudii e restai. Ma poi nel 1990 Paolo Mieli mi chiamò alla Stampa e quella volta ci salutammo compostamente: del resto da due anni ero stato riposto nell’armadio delle scope. Ero socialista, quindi politicamente scomodo, ingombrante».

Con Scalfari avete fatto pace?

«Certo, tanti anni più tardi ci siamo incontrati in una libreria e, saputo che cercavo testi sul 43, esclamò: ah, il 43! Io allora non ero fascista, ma fascistissimo. È molto onesto che uomini come lui, Biagi e Bocca abbiano raccontato se stessi come fascisti entusiasti».

La Stampa ti ha messo sul Quirinale. Cossiga per un lungo periodo parlava soltanto con te, davi buchi a tutti

«La cosa è nata per caso. Mi avevano mandato a Gela per l’inaugurazione dell’anno giudiziario e lui mi venne incontro facendosi largo tra la scorta. Mi aveva visto la sera prima in tv e gli ero piaciuto, mi trascinò con sé e scrissi che non era da camicia di forza come tutti sostenevano. Cominciai a frequentare le colazioni delle sette al Quirinale dove trovavo caffè, cappuccino e la crema dell’intellighentsia di sinistra, da Andrea Barbato a Sandro Curzi a Valentino Parlato».

L’hai definito lepre marzolina, poi hai scritto un libro per spiegare che non era matto

«Veramente l’espressione fu usata da Tana de Zulueta dell’Economist. Nel mio libro spiegavo che era solo e lucidissimo. Sapeva che il sistema politico, legato alla guerra fredda, era malato e che i partiti tradizionali sarebbero stati travolti da un nuovo ordine gradito agli Usa, che avrebbe imbarcato l’ex Pci al governo, così decise di intervenire picconando – il termine l’ha inventato lui – per guidare l’inevitabile cambiamento in una direzione democratica. Era un uomo solo, che volevano far passare per pazzo per costringerlo alle dimissioni. Alla fine è successo tutto quello che aveva previsto: Mani Pulite, lo sputtanamento della politica, i partiti alla gogna. E nella tomba credo che si sia portato diversi segreti d’Italia».

Ti hanno accusato di essere il suo megafono: parlava più con te che con i figli

«Non mi bevevo mica tutto, anzi cercavo di arginarlo. Ad esempio, quando definì Occhetto uno zombie coi baffi, io mi rifiutai di scriverlo. Mi pareva eccessivo, era pur sempre il leader del principale partito di opposizione, un capo dello Stato non poteva apostrofarlo cosi. Ebbene, il giorno dopo lo trovai stampato sul Messaggero».

Con Craxi invece sempre d’amore e d’accordo

«No, ci volevamo molto bene ma non lasciava tanto margine all’autonomia. Come a Repubblica mi consideravano troppo socialista, i socialisti mi ritenevano troppo di Repubblica. Finché un bel giorno mi chiamò Giampaolo Sodano, il capo di Raidue: Guzza’, brutte notizie, Bettino ha detto che te devo da chiude’ la trasmissione. Conducevo Rosso di sera, che faceva cinque milioni di ascolti. Nessuno obiettò sulla censura».

E tu?

«Niente, era così. Mi risuccesse anni dopo con Bar Condicio, ma per motivi diversi. Ottimo share, però dopo la vittoria di Romano Prodi la Rai sospese il programma che dovevo fare. Ero sempre alla Stampa, che mi mandò a vivere a New York, e fu la svolta, perché mi innamorai degli Stati Uniti e sposai una ragazza da cui ho avuto i miei secondi tre figli. Infine, divenni vicedirettore del Giornale».

Pure con il Cavaliere non sono state rose e fiori. Hai addirittura pubblicato un libro dal titolo Guzzanti vs Berlusconi

«Che in realtà era un’intervista onesta e non ostile. Guarda, io sono l’unico che sono saltato nel suo carro perdente, nel 1999 quando al governo c’era Massimo D’Alema, e sono uscito quando era alle stelle, nel 2002. E nel 2008 ho abbandonato Forza Italia perché Berlusconi appoggiava Putin che aveva attaccato la Georgia. Oggi è l’unico che porta la bandiera con i valori liberali. Lo danno sempre per finito, tuttavia si rialza ogni volta. È l’unico vero leader rimasto in campo, dopo che Renzi si è suicidato».

Parliamo di Giuseppe Conte?

«E che vuoi dire? È il governo di Scherzi a parte. Un tizio sconosciuto diventa prima presidente del Consiglio con una maggioranza di estrema destra e poi, sempre lui, sempre la stessa persona, con una maggioranza di estrema sinistra. E dopo chiede i pieni poteri per bypassare in Parlamento, roba che nemmeno Mussolini. Non intendo sostenere che sia un fascista, ma ti pare normale? La verità è che stiamo pagando il prezzo della stagione di Mani Pulite. L’antipolitica è arrivata al potere, presto i Cinque Stelle si sbricioleranno e si andrà avanti così, con un altro giro di giostra, peccato che la base della giostra stia crollando».

Si stava meglio quando si stava peggio?

«Prima c’erano le ideologie cretine e assassine. Doveva crescere un albero liberale, invece siamo ai fili d’erba».

Come va in famiglia? Ti sei riavvicinato a Corrado e Sabina?

«E che palle! Sono quarant’anni che la menano con questa leggenda della rottura, i rapporti sono solo nostri, intimi, personali e non pubblici. L’unico problema che abbiamo è che per venire da me in centro ci vuole il permesso Ztl».



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