Conte e Zingaretti si rimpallano i disastri. Altri tre 5 Stelle in fuga

Nell’ultimo spazio libero di Montecitorio nell’era del Covid-19, il cortile delle lamentazioni, Fausto Raciti, deputato siciliano del Pd e grande amico dell’ex presidente del partito Matteo Orfini, commenta l’ultima sortita di Nicola Zingaretti, quell’accusa di «tafazzismo» (la gag del trio Aldo, Giovanni e Giacomo con cui si descrive da più di venti anni l’autolesionismo della sinistra) rivolta alla coalizione di governo, colpevole, secondo lui, di non clonarsi anche a livello locale. «In realtà spiega è il Zinga che mette le mani avanti, che prova a scaricare sugli altri le responsabilità di una sconfitta annunciata alle regionali. E a settembre sarà costretto a fare un altro governo, magari di unità nazionale. Se avesse scelto questa strategia nei mesi scorsi, magari sarebbe riuscito a liberare Forza Italia dall’abbraccio con la Lega, o almeno ci avrebbe provato, cambiando un gioco che in prospettiva ci vedrà perdenti». Due passi e trovi l’ex sottosegretario di tanti governi, Umberto Del Basso De Caro, ex socialista approdato da tempo nel Partito Democratico. Lui, seduto sulla panchina, è l’immagine dell’afflizione del Pd. «Zingaretti?!…» esplode: «Al massimo poteva fare il segretario del circolo di Pietralata. Gori ha sbagliato solo i tempi non il merito del suo j’accuse. A settembre, se gli andrà bene, il Pd governerà solo quattro regioni. La Campania di De Luca, che però, non è del Pd, ma è uno Stato autonomo e autoritario, che diventerà teocratico. La Toscana di Giani, che non c’entra nulla con Zingaretti, visto che ha origini socialiste. L’Emilia di Bonaccini, che è però l’antagonista di Zingaretti nel partito. E, infine, proprio il Lazio di Zingaretti. Ma non so quanto durerà? La Casellati ha chiesto che escano tutte le registrazioni di Palamara. Da quanto ne so ci sono pure quelle con Zingaretti. Perché? Chiedere a Ielo e Pignatone».

Le pagine che raccontano i mal di pancia del Pd si tingono anche di giallo, ma a parte ciò a largo del Nazareno si sono accorti che a settembre potrebbe finire tutto «a schifio». Perché con la logica andreottiana applicata pedissequamente dal premier Conte del «tirare a campare» e quella del «quieta non movere» seguita dal segretario del Pd, c’è il rischio che i nodi vengano al pettine tutti insieme a settembre. E sia impossibile scioglierli. A quel punto che si fa? Ovviamente, gli interessati individueranno uno o più capri espiatori su cui scaricare le colpe. Una tecnica che Conte conosce a menadito grazie a Rocco Casalino e che Zingaretti ha cominciato a copiare. Solo che alla fine non si può mettere la croce di una probabile sconfitta sulle spalle di piccoli comprimari come i partiti di Renzi o di Bersani, né sui 5stelle che hanno sempre rifiutato la logica dell’alleanza strategica con il Pd. Alla fine il leader del Pd inquadrerà nel suo mirino, Conte e la sua filosofia del rinvio. E al premier non resterà, non fosse altro per legittima difesa, che sparare su Zingaretti: l’aver tirato fuori a conclusione degli Stati Generali sull’economia, per coprirne il fallimento, la proposta di una riduzione dell’Iva che fa a pugni con le politiche del Pd (l’unica apertura paradossalmente è stata di Salvini), non è altro che un modo per nascondersi un domani dietro un alibi vecchio come il cucco: «Non mi hanno lasciato fare!». Un simile epilogo era alquanto prevedibile: bastava che qualcuno avesse analizzato nei dettagli una situazione, di fatto, insostenibile. Come minimo il governo avrebbe dovuto fare di tutto per votare a luglio, come consigliava quella vecchia volpe di De Luca. E, invece, niente. Il premier, facendosi due calcoli, ha pensato che elezioni come quelle regionali, che presentano un alto tasso di rischio, sarebbe stato meglio farle a settembre, alla vigilia di una difficilissima legge di bilancio, una condizione delicata, che secondo Conte, dovrebbe scoraggiare ogni ipotesi di crisi. Solo che così facendo la maggioranza di governo si misurerà con l’opposizione nel momento più difficile, quando la «rabbia sociale» comincerà a manifestarsi davvero. Così una campagna elettorale che si preannunciava già ostica per i giallorossi, fatalmente diventerà pericolosa. «È come se la Dc 40 anni fa ironizza Raciti avesse fissato la data di elezioni decisive nell’autunno caldo, durante le rivolte operaie. Dilettanti!».

Come dargli torto?! Tant’è che i bookmakers di Montecitorio puntano tutti su un 4 a 2: Veneto, Liguria, Marche e Puglia al centrodestra; Toscana e Campania alla sinistra. A quel punto su 20 regioni, 16 sarebbero governate dal centrodestra e si porrebbe una questione di non poco conto: può una maggioranza che governa solo 4 regioni, governare la più grave crisi della storia di questo Paese? Per un capo dello Stato che predica tutti i giorni l’unità, sarebbe difficile rispondere sì a questa domanda. Tant’è che non sono pochi quelli che prevedono nei prossimi mesi un cambiamento del quadro politico. E le nuove migrazioni di parlamentari dalla maggioranza all’opposizione, ne sono i primi segnali. «Questi diceva l’altro giorno Giancarlo Giorgetti alla Camera non riusciranno neppure ad approvare il decreto legge Rilancio! A settembre salta il banco». «Sono nei guai osserva l’azzurro Antonio Tajani – e Zingaretti non vuole essere il capro espiatorio». «Il problema di Zingaretti? È semplicemente che non c’è! Non c’è proprio!», è l’analisi del renziano, Michele Anzaldi.

Questa è l’aria che tira. Anche Emanuele Fiano, della segreteria del Pd, ne è consapevole. «Nel merito spiega Giorgio Gori ha ragione. Anche Zingaretti sa che qualcosa non funziona. Questo governo è orfano del Nord. E in autunno cambierà tutto perché non possiamo stare fermi con il Fmi che offre previsioni sulla depressione del Pil dell’economia mondiale che fanno paura: Germania -7,8%; Usa -8%; Francia -12%; Italia e Spagna -12,8%». Così si torna alla profezia che il leghista Edoardo Rixi confidò al Giornale giustappunto due settimane fa: «Conte più sta lì e più rischia di essere il capro espiatorio. Fino alla regionali non succederà niente, gli elettori non capirebbero. Poi dopo il voto cominceremo a parlare, visto che a elezioni non si va. E c’è un Franceschini sulla rampa di lancio per guidare un governo». Solo che rispetto a quel momento, all’elenco dei papabili per il non invidiabile ruolo di capro espiatorio, si è aggiunto pure Zingaretti: se il segretario non troverà un colpevole dentro il governo, è probabile che qualcuno lo individui nel partito e in quel caso non potrebbe essere che lui. «Il vero errore di Zingaretti è la tesi di uno Stefano Ceccanti, calato nei panni dell’analista è stato quello di non andare al governo. Anche perché se il capo politico di un partito che è al governo, non va al governo, cosa fa?». Appunto, finisce per essere il capro espiatorio, magari delle colpe di altri.



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