Conte incassa subito: lo stato d’emergenza lo blinda fino a ottobre

Il premier, novello Radames, «ritorna vincitor» da Bruxelles, con la maggioranza che gli canta la marcia trionfale sventolando flabelli al suo passaggio e inneggiando al Recovery fund. Mancano solo gli elefanti.

Inebriato dal successo dell’asse franco-tedesco, cui si è giustamente accodato, Giuseppe Conte parla alle Camere in terza persona plurale, come il Papa. Ma, lucidamente, pensa anche di passare subito all’incasso, battendo il ferro finché è caldo: così, dopo l’informativa parlamentare resa ieri, fa trapelare che in serata chiederà al Consiglio dei ministri di varare anche la proroga dello stato di emergenza almeno fino al 31 ottobre. Richiesta che aveva già messo sul tavolo, salvo poi congelarla viste le resistenze di parti della maggioranza, con il no esplicito di Italia viva, e gli attacchi dell’opposizione. Ora però può permettersi molta più libertà di manovra, e ne approfitta per blindarsi a Palazzo Chigi prima che arrivi un autunno che si preannuncia difficilissimo. E, adesso che il suo governo ottiene dall’Europa una generosa boccata di ossigeno, il premier si mostra disponibile, anzi quasi ansioso di condividere oneri e onori del «piano di riforme» (secondo lui «già avviato dalla conferenza nazionale Progettiamo il Rilancio» di Villa Pamphilii, quella dove ha cantato Elisa) con le opposizioni. Anzi, le omaggia persino: «Ringrazio le forze di maggioranza per aver sostenuto in modo compatto il governo», dice. «Però permettetemi di ringraziare l’opposizione che, pur nella diversità delle differenze, ha capito l’interesse nazionale. La classe politica italiana nel suo complesso ha dato prova di grande maturità», conclude con notevole ottimismo. E assicura che «il piano per la ripresa, che il governo realizzerà con lungimiranza e impegno, sarà un lavoro collettivo, che condivideremo con il Parlamento». Perché il «risultato positivo» del vertice di Bruxelles, aggiunge con solenne generosità, «non appartiene ai singoli – tantomeno a me – né al solo governo o alle forze di maggioranza, ma a tutto il Paese». Stavolta, insomma, Conte è convinto che gestire il rapporto con l’opposizione, almeno nella sua componente più europeista, possa rafforzarlo, e dunque si predispone ad assumerne la regia, neutralizzando le mosse di chi avrebbe potuto usarlo contro di lui.

Il premier, ex avvocato del popolo di fede orgogliosamente sovranista, ora abbraccia di slancio l’europeismo più idealista, citando Jacques Delors come fosse sempre stato suo compagno di banco: «L’Europa – scandisce – ha saputo rispondere alla crisi Covid con coraggio e visione, dimostrandosi all’altezza della sua storia e del suo destino, fino ad approvare per la prima volta i titoli di debito europei». L’Unione insomma, spiega (sorvolando con modestia sul proprio ruolo decisivo, ma lasciandolo intendere) ha finalmente «abbracciato una nuova prospettiva, dimostrandosi più coesa, solidale e politica, nello spirito del sogno europeo, con un radicale mutamento di prospettiva».

C’è un piccolo particolare su cui il premier sorvola, ma che in molti gli ricordano: i soldi (tanti) dei prestiti e dei fondi perduti Ue non arriveranno prima del 2021 avanzato. Nel frattempo, le casse italiane sono a secco, tanto che il governo si accinge a chiedere a spron battuto un nuovo scostamento di bilancio, che farà ulteriormente dilagare il nostro debito. È la ragione per cui molti, dalla maggioranza e dall’opposizione, ricordano al governo che la cosa più responsabile da fare sarebbe attivare immediatamente la linea di credito del Mes, assai più conveniente del finanziamento sui mercati. Persino l’accomodante Zingaretti, che da presidente di Regione sa quanto quei soldi siano indispensabili per rimettere in piedi la Sanità italiana (e liberare risorse da usare altrove) per una volta insiste: «Non vedo motivi per rinunciare al Mes: è un finanziamento vantaggioso ed utile. Il governo deve decidersi». Ma Conte, ligio al diktat grillino («Il Mes è archiviato») non ne vuole sentir parlare: meglio fare altro debito che rischiare la crisi.



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