Conte logorato dagli alleati. Il Pd lo tormenta sul sì al Mes

Qualche giorno per smaltire la sbornia di applausi per l’accordo europeo sul Recovery Fund e via di nuovo alle prese con le bizze dei partiti di governo. Archiviati i peana e i battimani, sono ripartite le polemiche. La scrivania di Giuseppe Conte è già affollata di dossier e richieste delle varie componenti della maggioranza. È il lato oscuro dell’essere una figura di garanzia. Tutti ti tirano per la pochette. Il Pd di Nicola Zingaretti vuole il Mes, ma il M5s non ci sta. Grillini e dem sono d’accordo sulla legge elettorale, ma i renziani di Italia viva votano con il centrodestra. E alla lunga sarà difficile proseguire lo slalom senza inciampare in un ostacolo. Sull’ex fondo salva Stati il Movimento è sempre più la pecora nera della maggioranza. E Conte è sotto pressione. Paolo Gentiloni, commissario europeo agli Affari economici, apre il fuoco di fila con un’intervista a Repubblica. L’ex presidente del Consiglio invita l’Italia a prendere subito i 37 miliardi di euro del Mes. Uno strumento che definisce «chiaramente vantaggioso». Mercoledì il segretario del Pd Zingaretti twittava: «Continuo a pensare che per l’Italia l’utilizzo del Mes sia positivo e utile». Seguito a ruota da Matteo Renzi, leader di Iv: «I 37 miliardi del Mes hanno una condizionalità inferiore ai prestiti del Recovery Fund. Se non si ha il coraggio di dirlo, si sta mentendo». Ovvio riferimento, quest’ultimo, al M5s. Che continua a sparare sul Salva-Stati per provare a dare l’impressione di un gruppo coeso. «Parlare ora del Mes è fuori sincrono – dice il capo politico Vito Crimi – i soldi per la sanità ci sono, abbiamo messo in campo 85 miliardi dopo lo scostamento, usiamo quelli». Pressato da un lato e dall’altro, Conte se n’è uscito con un «valuteremo». Ma gli ha fatto paura il voto del Parlamento Europeo di giovedì. Dove si è materializzato l’incubo dell’ex avvocato del popolo italiano. La posta in gioco, naturalmente, era molto più bassa rispetto a un ipotetico voto in Parlamento, ma il M5s ha voluto mandare un avvertimento a Palazzo Chigi. E ha votato a favore di un emendamento contro l’uso del Mes presentato dalla Lega e dal gruppo sovranista all’europarlamento Identità e democrazia. Tiziana Beghin, capo delegazione grillina a Bruxelles, spiega così la posizione del gruppo Cinque Stelle: «Per noi il Mes era e resta uno strumento inadeguato, ancor di più alla luce del risultato europeo. Avevamo scommesso sul Recovery Fund e i fatti ci danno ragione». Beghin lancia una frecciatina a Gentiloni: «Facciamo lavorare la maggioranza di governo e rispettiamo l’autonomia di Conte». In caso di voto parlamentare sul Mes, si parla di una cinquantina di senatori e deputati grillini pronti a far saltare tutto pur di dire il loro no.

Ad aggiungere ulteriore tensione un retroscena del Sole 24 Ore. Il quotidiano di Confindustria ha riportato la preoccupazione del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri per l’ipotesi che, con l’ultimo scostamento di bilancio, le casse dello Stato possano rimanere vuote. Obbligando così Conte ad accettare il Mes in attesa dei soldi del Recovery Fund, che non arriverà prima di un anno. Il Mef ha smentito, ma il caos resta.

E come se non bastasse, c’è il pasticcio sulla legge elettorale. Qui Pd e M5s sono concordi. Sono i renziani a mettersi di traverso. Il patatrac è successo giovedì in Commissione Affari Costituzionali, dove Italia viva ha votato con il centrodestra contro la calendarizzazione per lunedì dell’adozione del testo base del Brescellum, dal deputato grillino Giuseppe Brescia, autore del testo. I Gianburrasca di Iv rappresentano un’altra mina vagante per Conte. Senza contare le ultime perplessità anche da parte di Leu. Luigi Di Maio invece rassicura sulla lealtà del M5s e smentisce le sue mire su Palazzo Chigi. Giuseppe, stai sereno.



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