Conte recita la parte del duro: “Abbiamo piegato l’Olanda”

E all’ultima curva Giuseppe Conte ritrova un mezzo sorriso, cioè una bozza di intesa, uno straccio di accordo, un pezzo di carta da portare a casa. «Li abbiamo piegati», dice, ma in realtà più che una vittoria è un compromesso: 750 miliardi, meno soldi a fondo perduto, meno condizioni e controlli per ottenerli, questa la sintesi dell’intesa di massima dopo quattro giorni di vertice. Basterà per evitare di ricorrere al Mes e spaccare la maggioranza? Sarà sufficiente per restare in sella a Palazzo Chigi? Lui pensa di si e infatti si dichiara soddisfatto. «Il clima è cambiato stanotte», annuncia entrando alla seduta plenaria conclusiva dopo aver visto Merkel, Macron e il gruppo mediterraneo, l’Olanda e gli altri frugali hanno rinunciato al diritto di veto sul Recovery Fund . Merito, sostiene, anche della sua linea intransigente. «Dopo la posizione dura di Italia, Spagna e Portogallo, spalleggiati da Germania e Francia, c’è stata una svolta. Abbiamo fatto comprendere chiaramente che non si può portare avanti un negoziato al ribasso». Fino all’ultimo «il confronto è stato aspro. Ho spiegato che c’era un limite da non superare per la dignità dell’Italia. Bisogna dare risposte europee, non guardare all’ombelico nazionale».

Il suo, di ombelico nazionale, comunque sembra un pozzo senza fondo. Una volta concluso il vertice, il bottino del premier verrà analizzato e vivisezionato dall’opposizione e buona parte della maggioranza, che non aspetta altro che toglierlo di mezzo. I Cinque Stelle ribollono, i negozi chiudono, le famiglie arrancano, la disoccupazione cresce, le fabbriche non hanno liquidità e commesse, Draghi aleggia e l’ipotesi del governissimo è sempre attuale. L’Italia, che per il Covid si indebitata assai a forza di manovre e decreti, rinuncia a una decina di miliardi di sussidi, in compenso, stando ai calcoli del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, potrebbe ottenerne una trentina sotto forma di prestiti agevolati, a condizioni migliori del Mes e senza l’obbligo di spenderli solo per la sanità. Meno del previsto e dello sperato, ma sempre meglio di niente.

La trattativa però non è conclusa, si va avanti ad oltranza con il «micronegoziato» per definire dettagli che possono cambiare tutto. Conte si «batte energicamente affinché non si verifichi una restrizione del quadro delle risorse: se il piano viene riempito di ostacoli che compromettono l’efficacia non serve a nulla». Per il premier «non è soltanto una questione finanziaria», ma generale. «Serve un intervento solido e efficace per rilanciare l’Europa. I bracci di ferro che ci sono stati hanno rischiato di appannare i veri obbiettivi comuni». Molte, in questi quattro giorni, le «incomprensioni e le resistenze» sul Recovery Fund. «Il punto su cui ho tenuto è la governance. Non permetterò mai che un singolo Paese possa avere il monopolio o comunque la possibilità di controllo sui piani nazionali di sviluppo. Questo spetta agli organi comunitari». Tuttavia qualcosa bisogna pur cedere. «Siamo favorevoli alla condizionalita climatica, per avviare velocemente la transizione verde e digitale».

Il Conte che batte i pugni sul tavolo, o forse solo in diretta tv, comunque piace, come dimostrano alcuni sondaggi. Il suo nemico interno, Luigi Di Maio, lo elogia: «Sta trattando con fermezza per ottenere il miglior risultato possibile». E persino Maria Elena Boschi twitta «siamo al suo fianco». Per quattro giorni il Sor Tentenna è sparito e l’Italia ha fatto il tifo per lui. Ora però si torna a casa per affrontare, anzi evitare, i soliti problemi. E di fronte all’autunno della crisi la strategia del rinvio forse non basterà più.



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