Csm, ecco la (finta) riforma che salva le correnti dei pm

Oggi a Palazzo Chigi si dovrebbe discutere della riforma del Csm dopo che l’inchiesta di Perugia sull’ex leader Anm Luca Palamara ha dimostrato quello che il centrodestra denunciava da tempo: la giustizia in Italia è ostaggio delle correnti della magistratura, con ricadute evidenti sui processi e sui tempi. E cosa fa il governo? Pepara una riforma che superi la logica correntizia? Affatto, anzi. Nell’ultima bozza circolata in questi giorni i membri laici dovrebbero salire a 10, i togati a 20 togati (invece di 16). L’impianto della legge elettorale dovrebbe essere di tipo maggioritario col doppio turno e il sorteggio se non si rispetta la parità di genere già presente nelle candidature di votazione. «Viene eletto al primo turno chi ottiene almeno il 65% dei voti», spiega al Giornale il deputato di Forza Italia ed ex membro del Csm Pierantonio Zanettin, che parla di «riforma cervellotica»: «Il 65% al primo turno è un’ipotesi meramente scolastica, vista la frammentazione delle candidature». Al secondo turno parteciperebbero i quattro candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti di preferenza nel collegio. «E guarda caso le correnti sono quattro», sottolinea Zanettin. Anche sinistra ci sono delle perplessità: «Con il collegio unico a maggioranza secca, chi vince viene eletto. È un meccanismo che non garantisce il pluralismo e la rappresentanza di genere, potendo essere eletti 19 uomini o magari 19 rappresentanti della stessa corrente», lamentano alcuni esponenti di Italia Viva e Leu. Il Pd assicura che il testo «non è blindato» e che «potrà essere approfondito nel percorso parlamentare». Tra l’altro, sottolinea Zanetti, è chiaro che al secondo turno si renderaonno inevitabili le desistenze e gli accordi correntizi». Cioè quello che si voleva evitare. Ma tant’è.

Intanto continua a tenere banco la questione su chi debba essere chiamato nel Csm a giudicare Palamara. Secondo il direttore del Fatto quotidiano non c’è nessuna legge che impedisca a Pier Camillo Davigo di restare al Csm anche da pensionato (andrà a riposo il 20 ottobre) perché il legislatore non ha espressamente previsto la quescienza come causa ostativa. In realtà una sentenza del Consiglio di Stato del 2011 stabilisce che «l’appartenere all’istituzione medesima (nella specie, l’ordine giudiziario) costituisce condizione sempre essenziale e imprescindibile per l’esercizio della funzione di autogoverno», per cui è «scontato» che «la perdita dello status di magistrato in servizio comporta il venir meno del presupposto stesso della partecipazione all’autogoverno». La sua vera incompatibilità è che dato che Palamara ha inserito l’ex pm di Mani Pulite nella lista dei 133 testimoni, dovrebbe astenersi. Ma si sa, per gli amici le leggi si interpretano, per i nemici come Palamara si applicano.



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