Delphine de Vigan, Le gratidudini

 DELPHINE DE VIGAN, LE GRATITUDINI (Einaudi, pag. 150, 17,50 euro).
    C’è sempre qualcosa di finale nei racconti di Delphine de Vigan. Anche senza sapere dove vuole arrivare la sua storia è nell’essenza della sua scrittura un non so che di definitivo.
    Come se in fondo ogni parola ogni gesto fossero gli ultimi per i protagonisti, tutti i protagonisti, delle sue storie. Ed è anche un po’ il senso di questo suo ultimo bellissimo libro appena tradotto da Einaudi, che nulla ha ovviamente a che fare con il lockdown eppure in qualche modo riassume il senso di tutte le riflessioni fatte nel periodo della quarantena. E non a caso si svolge, al presente, interamente in una Rsa di quelle nel mirino delle indagini di questi giorni, con i suoi rituali di cura, follia e crudeltà.
    E’ la tenera storia di Michka, un’anziana signora che sta perdendo la memoria, la parola e soprattutto i termini per raccontare la sua pur persistente vivacità intellettuale. Una donna che ha attraversato da sola la storia e la cultura del Novecento, che faceva la correttrice di bozze per una rivista impegnata grazie alla sua precisione. Un certo pomeriggio, seduta sulla sua poltrona, viene sopraffatta dalla paura. Ed è l’inizio della fine. A nulla vale l’affetto di Marie, una bambina ora donna, che lei ha quasi adottato da piccola accudendola e donandole l’attenzione che sua madre non poteva e non voleva darle. Poi c’è Jerome, un giovanissimo logopedista della casa di cura in cui è costretta a rifugiarsi dopo aver perso l’autonomia. Lui quasi si innamora di questa vecchina dal linguaggio strampalato che è sempre al limite dell’esplosione per la ricchezza di contenuti che deve reprimere o non riesce ad esprimere.
    ”Guardo i miei vecchi- dice Jerome – hanno settanta, ottanta, novant’anni, mi raccontano ricordi lontani, mi parlano di tempi remoti, tempi ancestrali, preistorici, i loro genitori sono morti da quindici, venti, trent’anni, ma il dolore del bambino che sono stati è sempre lì. Intatto. Glielo si legge in faccia e glielo si sente nella voce, vedo a occhio nudo che gli pulsa nel corpo nelle vene. A circuito chiuso”. Questo dolore per Michka è legato ad una storia, un nodo da risolvere. La gratitudine appunto. Quella che sente di dover dimostrare, prima di lasciare questa terra, nei confronti della coppia che durante la seconda guerra mondiale l’ha accolta e nascosta e accudita per tre anni. Lei era bambina ed i genitori erano stati internanti ad Auschwitz, da dove non torneranno mai più. Alla fine della guerra la zia, con cui poi era vissuta, era andata a riprenderla e lei di quella famiglia conosceva solo il nome non era mai riuscita a rintracciarli. Sarà proprio il giovane Jerome a sciogliere questo nodo di dolore, a cercare di capire come si misura e si dimostra la gratitudine. (ANSA).
   


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