“Era un personaggio pavido” Quei fari puntati su Zingaretti

Ha portato il partito al governo contro la sua volontà, ma non è stato ancora capace di cementificare l’alleanza con il M5S. Nicola Zingaretti sta vivendo un momento di estrema difficoltà, nonostante la lunga esperienza politica alle spalle.

La lunga gavetta di Zingaretti, “non si capiva mai da che parte stava”

“Zinga”, infatti, ha iniziato la sua carriera politica quando ancora era in vita il Pci. “Quando Goffredo Bettini, a metà degli anni ‘80, era segretario romano del partito, Zingaretti era già segretario cittadino della FGCI, la sezione giovanile dell’allora Partito Comunista. È in quel frangente che nasce lo stretto rapporto che lega tutt’oggi i due esponenti della sinistra capitolina”, ci ricordano i militanti del Pd che lo conoscono bene. Quando nel 1991 nasce il Pds, Zingaretti è il primo segretario dell’organizzazione giovanile del nuovo partito, la Sinistra Giovanile e, in quanto tale, detiene incarichi internazionali. A metà anni ’90, infatti, viene persino nominato vicepresidente dell’Internazionale Socialista e, in questa veste, quando ancora non ha neppure 30 anni interviene all’Assemblea Generale dell’ONU, in occasione dell’anno mondiale della Gioventù. Nel ’94 Achille Occhetto gli chiede di correre per le Europee e nel corso della conferenza stampa di presentazione della candidature l’allora segretario del Pds esalta la volontà del Pds di fare largo ai giovani. Zingaretti non viene eletto e, per un po’ sparisce dalla scena politica finché nel 2001, durante il congresso nazionale dei Ds che elegge Piero Fassino segretario, Zingaretti emerge come segretario romano del partito. “Già all’epoca si diceva che Zingaretti era un personaggio pavido che si muoveva solamente se sapeva di vincere e che non si esponeva mai, schierandosi sempre all’ultimo e sempre dalla “parte giusta” durante i congressi”, ci dice un militante del circolo Pd di piazza Mazzini dove Zingaretti ha iniziato a costruirsi la sua corrente. “Si schierava sempre all’ultimo per non dare troppo dispiacere ai candidati che non appoggiava. Anche quando c’era la grande sfida Veltroni-D’Alema non si è mai capito con chi stesse davvero”, aggiunge le nostra fonte che ci ricorda che Zingaretti, all’epoca, trascorreva spesso le serate a casa del ‘lider Maximo’, suo vicino di casa nel quartiere Prati.

Nicola Zingaretti, “il vincente”

È a partire dai primi anni 2000 che Zingaretti si fa la fama di “vincente”. Nel ruolo di segretario cittadino rilancia il partito e lo porta alla vittoria alle Provinciali di Roma del 2003 quando Enrico Gasbarra batte l’uscente del centrodestra, Silvano Moffa. L’anno successivo, a dieci anni di distanza dal primo tentativo, viene finalmente eletto a Bruxelles e nel 2008 viene eletto presidente della provincia di Roma, proprio nel giorno in cui Rutelli perde le Comunali a Roma contro Gianni Alemanno. Due anni prima, invece, era diventato segretario regionale dei Ds nel Lazio. “Veltroni in persona si presentò al congresso, in qualità di delegato del partito, per dargli il suo voto”, ci rivela un altro militante. Nel 2007, sempre come candidato della corrente veltroniana, riconfermato segretario regionale anche nel neonato Pd. “Zingaretti, però, non è il tipico politico che passava da una corrente politica all’altra, è un qualcosa di più fluida e persino la sua corrente è come se non esista perché, in fase congressuale, gli zingarettiani hanno sempre appoggiato un candidato diverso”, aggiunge chi lo conosce bene. “Fino al 2009 Zingaretti ha sempre sostenuto il cavallo vincente e, poi, ha sempre sostenuto molto timidamente i candidati di sinistra, Bersani, Cuperlo e Orlando, dividendo persino gli esponenti della sua corrente. Molti dei suoi erano bersaniani, ma alcuni sostenevano Franceschini e altri “spuri” Marino”, ci dice Livio Ricciardelli, consigliere del Pd nel Primo Municipio. E aggiunge: “Lui è senza dubbio di sinistra, ma va dove tira il vento, sempre nei limiti del possibile. Renzi, per esempio, era troppo di destra per lui”. Anti-renziano sì, ma anche in questo caso, sempre in posizione defilata. “Non ha mai guidato la minoranza interna. Mai, in nessuna fase del partito. Si è mantenuto integro finché non è arrivato il suo turno”, ci confermano i militanti dei circoli romani.

La mancata candidatura a sindaco di Roma

Nel 2012 Zingaretti organizza un grande evento a piazza san Cosimato in cui annuncia di volersi candidare a sindaco di Roma, ma dopo due mesi cambia idea e, dopo la caduta della giunta Polverini, si presenta come candidato presidente della Regione Lazio. “I suoi detrattori dicono che, in quel periodo, i Caltagirone lo avessero fortemente attaccato attraverso il Messaggero e lui si fosse messo paura”, ci rivela una nostra fonte. Secondo me, quando Zingaretti ha capito che fare il sindaco di Roma era un lavoraccio e che rischiava di farsi male al fegato o di finire invischiato in questioni giudiziarie, ha optato per la Regione”, dice maliziosamente Ricciardelli che fa notare: “Se inciampi per strada, maledici il sindaco e non il presidente della Regione”. Un esponente della federazione romana dell’epoca ancora ricorda la delusione di quei giorni: “Per 4 anni e mezzo avevamo lavorato pensando che Zingaretti sarebbe stato il candidato naturale per Roma e, invece, scelse la via più facile”. L’ex deputato Marco Miccoli, oggi responsabile Lavoro nella direzione nazionale del Pd, respinge le maldicenze e spiega: “Zingaretti non si è candidato a Roma perché precipitò la situazione in Regione e il partito individuò in lui all’unanimità la persona giusta per la Regione. Non era una sfida facile. Anzi, all’epoca per vincere dovevi vincere a Roma con uno scarto di 180/200mila voti perché le province votavano a destra”. E aggiunge: “Non capisco tutte queste critiche nei confronti di un politico che ha vinto ogni volta che si è presentato al giudizio degli elettori”.

Zingaretti segretario del Pd

Ed è con la fama di “vincitore” che, nel 2018, il giorno dopo la sua rielezione a governatore del Lazio, annuncia di volersi candidare segretario nazionale del Pd, cosa che avverrà nel marzo 2019. Un nuovo plebiscito: vittoria alle primarie con oltre il 60%. Ma da questo momento in poi cominciano i problemi, a partire dalla nascita del governo giallorosso. “Tutti i suoi predecessori, Veltroni, Bersani e Renzi, si sono dimessi dopo aver perso le Politiche. A lui, invece, non è stato chiesto di vincere le elezioni, ma un compito meno impegnativo: cercare di perdere meno pezzi possibili e magari riportare a casa qualcuno, soprattutto elettori”, ci spiega Gabriele Maestri, docente di diritto dei partiti alla Sapienza. “Nessuno gli ha chiesto di avere un piglio che oggettivamente non ha”, rimarca il politologo.

Quest’accusa di scarso decisionismo arriva anche dalla Regione Lazio. “Negli ultimi tempi il presidente Zingaretti ha messo sempre più in evidenza una mancanza di piglio decisionale e un’imperdonabile non curanza verso alcune gravi criticità del territorio. Basti pensare a come è stata gestita l’emergenza Covid e in particolare l’approvvigionamento dei dispositivi di sicurezza per il personale sanitario”, dice il consigliere regionale di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo che, con una sua interrogazione ha fatto luce sulla vicenda delle ‘mascherine fantasma’. “Da quando Zingaretti è stato eletto segretario del Pd la sua attenzione verso le problematiche della Regione Lazio è scemata sensibilmente, come dimostrano le moltissime assenze in Consiglio”, attacca ancora la Colosimo commentando l’ultimo posto nella classifica di gradimento dei governatori stilata dal Sole24ore.

A livello nazionale, invece, le parole più dure provengono da Matteo Richetti, ex deputato del Pd e attualmente unico rappresentante di Azione alla Camera: “Come si può giudicare un politico che sudatissimo, accaloratissimo, alla prima assemblea che lo elegge dice: ‘basta accusarmi di voler fare l’accordo con i Cinquestelle. Io i grillini li batto nelle urne’ e una settimana dopo ci fa l’accordo? Cos’è un uomo profondamente carismatico, uno di parola?”. E ancora: “È uno che una settimana fa rilascia un’intervista e dice: ‘Dire no al Mes sarebbe una follia’ e, poi, il Pd in Aula vota contro il Mes… Zingaretti è questo…”.

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