Giuseppi, subito un “accordino”. Ma è solo per salvare la poltrona

«Dobbiamo chiudere, subito, entro domenica». Giuseppe Conte ha fretta. Non possiamo fallire, né permetterci un rinvio a settembre, spiega agli altri leader, «l’Europa non reggerebbe». Figuriamoci se potrà reggere l’Italia, che senza quei soldi rischia la bancarotta e una crisi politica. «Servono – dice – risposte per i nostri cittadini». Serve un’intesa, un accordo qualsiasi, un compromesso anche al ribasso. Serve un pezzo di carta dove ci sia scritto che Roma può accedere velocemente al Recovery Fund, altrimenti per il premier saranno guai. Scatterà il piano B, toccherà accedere ai fondi del Mes, i Cinque Stelle esploderanno, il governo cadrà e, chissà, tornerà in pista pure Mario Draghi. Ci siamo già indebitati per un centinaio di miliardi, in qualche modo dovremo rientrare.

Il sentiero di Conte è stretto. Ha bisogno di un patto con la Ue per varare gli stanziamenti straordinari per fronteggiare la crisi post Covid, però il blocco dei «frugali», guidato da Olanda e Austria, fa muro: per ottenere i sussidi, sostengono, occorrono «riforme lungimiranti», non le nazionalizzazioni decise nelle ultime settimane da Palazzo Chigi. E a decidere devono essere gli Stati, non la Commissioni. Anche gli alleati più disponibili, come Angela Merkel, appaiono perplessi. I soldi del Recovery Fund verranno erogati a fronte di precisi e dettagliati piani nazionali di investimento, non delle parate di Villa Pamphilj. E le costose soluzioni escogitate per Autostrade, Alitalia e Ilva non vanno proprio nella direzione giusta. Non eravate, chiedono, con l’acqua alla gola? Non state evitando il fallimento soltanto grazie alla Bce? E la cronica instabilità politica, unita alla mancanza di potere decisionale del premier e alla sua attuale debolezza, non aiuta nella trattativa.

Così il vertice parte in salita. Conte prova a sfuggire dalla trappola Paesi ricchi contro Paesi poveri. «Non è solo una questione di flussi finanziari, noi stiamo elaborando una risposta economica e sociale per tutti i cittadini europei, per essere più competitivi. La crisi è dura e occorrono misure adeguate concretamente perseguibili». Sarà un weekend lungo e difficile, il premier ne è consapevole. «Dobbiamo superare le divergenze». Roberto Gualtieri sembra ottimista: «Non penso che la soluzione potrà essere quella estrema, con il blocco intergovernativo, voluta da alcuni. Sono convinto che alla fine ci sarà un esito equilibrato e alla Commissione resterà il compito di gestire in autonomia le erogazioni».

Sa pure Conte che, in caso di fallimento, passerà brutte settimane. Gli sponsor del governissimo, ringalluzziti dall’incontro tra Mario Draghi e Luigi Di Maio, partirebbero alla carica. I mal di pancia del Pd, costretto a sacrificare la sua vocazione riformista in nome dell’alleanza con i grillini, diventerebbero incontenibili. Renzi rialzerebbe la testa. Una nuova maggioranza, con un nuovo presidente del Consiglio, tornerebbe d’attualità. Da Roma infatti non gli arrivano buoni segnali. Se Francesco Boccia è «convinto che il governo non rischi», Gualtieri di fatto apre al Mes: «Non abbiamo mai escluso l’uso di questa linea di credito». Roberto Speranza è d’accordo: «Un’opportunità straordinaria, io ci sto già lavorando». Peccato che, al solo sentir parlare del Meccanismo di stabilità, ai 5s viene il mal di mare. Tuttavia, senza un convincente Recovery, Conte dovrà buttarsi sul Salva Stati, come peraltro la Merkel gli ha suggerito, con il rischio di ritrovarsi con una maggioranza diversa grazie al sì di di Fi. «L’Italia deve chiedere quei fondi», insiste Antonio Tajani. Il Movimento Cinque Stelle farà ancora buon viso? Reggeranno le alleanze giallorosse per le regionali? Ah già, a settembre si vota.



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