Guerra ai dl Sicurezza. Il governo vuol spargere migranti in tutta Italia

La bozza del dl Migranti non è stata ancora definita e forse se ne parlerà dopo l’estate. Altrettanto non è stato ancora deciso come rinominare i Siproimi, i servizi per i richiedenti asilo, ma v’è assoluta certezza sulle modalità di funzionamento.

Accoglienza per tutti allora altro che i diktat che propaganda Luigi Di Maio contro l’immigrazione clandestina: «Rimpatri veloci e interventi contro le imbarcazioni dei trafficanti sono già previste dai Decreti Sicurezza, gli stessi che la maggioranza vuole cancellare lo incalza Matteo Salvini svelandone il bluff – Basta applicare le norme esistenti. L’uso dell’esercito per sigillare i centri di accoglienza non va solo proposto come fa il ministro Guerini: va fatto». È garantito infatti che la chiusura dei grandi centri temporanei voluta dal governo giallorosso alimenterà la dislocazione degli immigrati nei piccoli comuni creando un coacervo di problematiche e ricadute non soltanto sulla popolazione residente ma anche sull’amministrazione locale. Cresceranno tante piccole Lampedusa che, nei diversi entroterra, dei tanti capoluoghi italiani potranno non essere in grado di sostenere soltanto con l’ausilio della polizia locale, l’impatto degli stranieri. Al momento sulla Penisola gli immigrati identificati presenti negli hot spot, nei Cas e sul territorio sono oltre 171 mila. Per i nuovi arrivati invece le prefetture individueranno aree per l’accoglienza diffusa dove verranno allestiti i servizi di primo e di secondo livello. Agli immigrati già insediati se ne aggiungeranno altri ancora. Con il rischio che, appena verrà siglato il decreto e avvalorata la richiesta per ottenere la carta di identità di validità triennale la pubblica amministrazione verrà travolta da una miriade di ricorsi da parte degli stranieri già inseriti nell’accoglienza e richiedenti asilo ai quali però, il dl Sicurezza di Matteo Salvini, non aveva concesso il documento di riconoscimento. Tuttavia i giallorossi avrebbero già la risposta in tasca: riconvertire il permesso di soggiorno in carta di identità triennale. È volontà pressoché assoluta che non ci sarà alcuna differenziazione tra i richiedenti protezione internazionale e chi ha già ricevuto il titolo di rifugiato. Si prevede che, dopo l’identificazione, il richiedente venga trasferito nelle strutture degli ex Sprar. Coloro che avranno esigenze di vulnerabilità, saranno trasferiti nelle strutture dei centri governativi in via prioritaria. Al contempo chi ha già espletato un percorso nella prima accoglienza potrà essere inserito direttamente nei servizi di secondo livello ovverosia nei percorsi di integrazione che saranno gestiti dalla cosiddette amministrazioni competenti.

Non si esclude che ritornerà in auge la fondazione Cittalia in capo all’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, che fino al 2018 ha costituito il faro di attrazione per l’organizzazione di certe modalità. A oggi però, almeno stando alla prima bozza del dl Migranti, mancano le poste finanziarie. Per ingaggiare le realtà che dovranno gestire soprattutto gli Sprar di II livello si dovranno recuperare le risorse da impegnare per il percorso di inclusione sociale e lavorativa. I numeri del passato conteggiano quasi 500 milioni all’anno per lo Sprar unificato, così per il Siproimi. E stando alle indiscrezione non c’è tempo da perdere visto che il decreto è assicurato per il biennio 2020-2021. Servono stanziamenti per la formazione linguistica, l’informazione sui diritti e doveri individuali e l’orientamento nel mondo del lavoro. Non si esclude che il governo Conte 2 voglia utilizzare addirittura una porzione del Recovery fund per avviare le dovute iniziative in tema di integrazione.



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