I guai di mister Mascherina: indagine sui suoi stipendi

Una sfilza di redditi da leccarsi i baffi, anno dopo anno, con buona pace dei tentativi del governo di mettere un freno alle retribuzioni d’oro dei manager pubblici. Protagonista, un boiardo divenuto negli ultimi mesi familiare agli italiani: Domenico Arcuri, oggi commissario straordinario all’emergenza Covid-19, l’uomo scelto il 18 marzo dal governo per garantire l’approvvigionamento delle mascherine e degli altri strumenti di protezione dal virus. I rifornimenti ad arrivare ci hanno messo un po’, nel frattempo Arcuri si è scontrato frontalmente con i farmacisti, ha promesso a tutti le mascherine a mezzo euro, e alla fine è andato in Parlamento a rivendicare di non avere sbagliato niente. Il premier Giuseppe Conte probabilmente non la pensa proprio così, visto che a metà aprile lo affiancò con una task force assai nutrita, trentanove tra consulenti, ufficiali, manager: al punto che il gesto di Palazzo Chigi suonò come una sorta di commissariamento.

Se l’operato di Arcuri come commissario straordinario è sotto gli occhi di tutti, celate nei meandri di vecchi e sconosciuti documenti ci sono le performance e le retribuzioni che il manager ha incassato nella sua vita precedente, e che hanno sollevato più di un interrogativo da parte della Corte dei conti. A scovarle è stato Claudio Rinaldi, inviato del programma di Nicola Porro Quarta Repubblica, che le ha raccontate nella puntata di ieri sera. Si tratta delle relazioni che la Corte ha inviato al governo e al Parlamento analizzando i bilanci di Invitalia, l’Agenzia per lo sviluppo, di cui Arcuri è amministratore delegato da ormai tredici anni consecutivi. Un posto prestigioso, mantenuto da Arcuri sotto sette governi e cinque maggioranze.

Oltre che prestigiosa, la carica è ben retribuita. La Corte dei conti nella sua relazione sul bilancio 2014 indica come compensi percepiti da Arcuri 789mila euro nel 2012 e 760mila l’anno successivo. Nel 2013, il governo Monti vara la prima norma che mette un tetto agli stipendi dei manager pubblici, indicando come parametro quello del presidente della Cassazione: ebbene, nel 2014 la busta paga di Arcuri si alleggerisce un po’, ma si assesta a quota 599mila, ben al di sopra del tetto indicato dal governo. E molto di più anche di quanto lo stesso Arcuri dichiara il 26 marzo 2014 di guadagnare in una intervista a Repubblica: «Prendo 300mila euro all’anno, tutto compreso». Ben al di sopra si rimane anche negli anni successivi: 396mila euro, più 23mila di rimborsi spese (voce apparentemente fissa, visto che rimane costante negli anni) sia nel 2015 che nel 2016. Viene smentito anche quanto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva comunicato nell’aprile 2015 al Parlamento, indicando il taglio a 300mila euro dello stipendio di Arcuri come esempio dei sacrifici imposti ai boiardi di Stato.

Nella sua relazione sul 2014 la Corte dei Conti non manca di sottolinearlo ripetutamente: «Permangono i profili di criticità già evidenziati nella scorsa relazione relativi all’adempimento alle prescrizioni di legge in materia di compensi all’amministratore delegato e al presidente», si legge. Oltretutto, l’assemblea dei soci (ovvero il Ministero dell’economia, che controlla Invitalia al 100%) «ha invitato il Consiglio di amministrazione a ricondurre i trattamenti economici ai limiti di legge», si legge nella relazione sul bilancio 2014. L’invito del ministero evidentemente non viene accolto, perché anche nel 2015 e nel 2016 Arcuri e i suoi consiglieri vengono richiamati al rispetto della legge. Ma non accade nulla.

Solo l’anno successivo, Invitalia e i suoi manager cambiano status, perché l’Agenzia inizia a emettere obbligazioni quotate e viene pertanto svincolata dal rispetto dei tetti, introducendo una parte legata ai risultati: e a quel punto, curiosamente, lo stipendio di Domenico Arcuri scende di colpo. Ma intanto il futuro mr. Mascherine ha incassato i suoi super stipendi fuori quota.



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