I nomi eccellenti nella lista dell’ex pm. Da Alfonso a Sabella ecco chi adesso dovrà giustificare incontri e richieste

Aveva detto: «Adesso faccio i nomi». E i nomi Luca Palamara li fa davvero. Non nelle interviste, non nelle apparizioni tv, le puntate di un’accurata battaglia mediatica. Li fa nel campo della battaglia vera, cruciale, che lo attende martedì prossimo, l’udienza davanti alla sezione disciplinare del Csm. È qui, ritiene, che si giocherà il suo destino: ancora più che nel processo penale davanti al tribunale di Perugia, dove sono rimaste in piedi le accuse meno ingombranti, e dove è convinto di poter uscire incolume. Invece sa che il Csm ha davanti, nel procedimento disciplinare, una strada molto semplice: cacciarlo dalla magistratura senza tanti complimenti, raggiungendo un duplice obiettivo. Dimostrare (o far credere, che è la stessa cosa) che le toghe sanno fare pulizia al loro interno. E evitare che lo scandalo di allarghi, che insieme all’ex segretario di Unicost ci vadano di mezzo tutti quelli che con lui hanno cenato, tramato, deciso.

Palamara sa che ci sono tutte le premesse per una fucilazione alla schiena. Così, nella lista testi che deposita ieri alle 15, rompe gli indugi. E tira in ballo per la prima volta magistrati che finora erano usciti incolumi dal diluvio delle chat e delle intercettazioni. La frase che ricorre è sempre la stessa, cruda ed esplicita: «Riferirà dei suoi rapporti con il dottor Palamara e delle ragioni delle sue interlocuzioni con il medesimo». Tradotto: dovranno spiegare perché un bel giorno abbiano parlato con lui, lo zar delle nomine della giustizia italiana. Di cosa avranno parlato? Di nomine. Magari la propria, magari di qualcun altro. Perché una cosa è certa, dimostrata dalle migliaia di chat: con lui non si parlava di diritto. Palamara parlava solo di nomine, di posti, di spartizioni, In modo onnivoro, compulsivo.

Così eccoli, chiamati in ballo per spiegare «delle ragioni della interlocuzione» con il reprobo. Roberto Alfonso, che sotto il regno di Palamara diventa procuratore generale a Milano; Alfonso Sabella, di cui Palamara indica anche la carica che gli stava a cuore, «riguardo alla domanda per sostituto procuratore nazionale antimafia»; a Silvia Corinaldesi chiede di spiegare come diventò presidente di sezione ad Ancona; al giudice di Cassazione Rossanna Giannaccari chiede di spiegare, oltre ai contatti, «l’esistenza di una prassi in occasione delle domande per l’accesso in Cassazione», ovvero l’abitudine di andare a cercare appoggi in Csm. Ce n’è per tutti, magistrati illustri od oscuri, che in questi anni hanno incrociato la sua strada. E ce n’è soprattutto per i colleghi di Anm e di Csm, le toghe delle correnti che con lui per anni hanno trattato il governo della magistratura. Palamara li infila a raffica, uno dopo l’altro: anche loro c’erano, anche loro sapevano. C’è Francesco Minisci, ex presidente dell’Anm, ci sono ex consiglieri del Csm come Massimo Forciniti e Eugenio Albamonte, Aniello Nappi, Aldo Morgigni, Valerio Fracassi, Piergiorgio Morosini Tutti esponenti dell’alleanza di centrosinistra che comandava in Csm negli anni ruggenti dell’epoca Palamara.

Chi lo ha visto in questi giorni, descrive il pm romano come un fighter pronto a uscire dall’angolo facendo a cazzotti. Sa che la sua strategia si presta all’accusa di voler dipingere una notte dove tutti i gatti sono neri, dove se tutti sono colpevoli allora nessuno lo è davvero. C’è anche questo, ovviamente. Ma c’è anche la convinzione cocciuta di non essere stato scelto per caso come capro espiatorio. Dietro, pensa Palamara, c’è un disegno, Ed è questo disegno che la lista di ieri punta a svelare.



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