I ristoratori in rivolta si cucinano la Castelli. “Non sa di cosa parla”

«Nobile negli intenti ma irrealizzabile nel concreto, come molte delle fantasiose progettualità dei Cinque Stelle: eleggere come rappresentati di governo delle persone del popolo va bene, ma devono sapere di cosa parlano, essere competenti. Soprattutto in un momento così critico».

Parlando del viceministro dell’Economia Laura Castelli Paolo Polli – il ristoratore milanese che ha portato avanti la protesta della categoria durante gli ultimi mesi di contagio e crisi, ha fatto lo sciopero della fame quindi si è candidato come prossimo sindaco di Milano – si pone simbolicamente alla testa dei 50mila ristoratori italiani che ieri, in una lettera aperta alla Castelli, si sono detti «non più disposti a scusare, a capire o giustificare». «Siamo diventati intolleranti a questi scivoloni televisivi che presentano alla gogna mediatica un intero confronto» scrivono le migliaia di ristoratori nella lettera.

Quel che è accaduto ormai è arcinoto. L’esponente grillina, venerdì sera ospite di Tg2 Post, parlando delle iniziative adottate dal governo a sostegno delle imprese colpite dal lockdown, ha dichiarato che «se una persona decide di non andare più a sedersi al ristorante, bisogna aiutare l’imprenditore a fare un’altra attività». Ospite in trasmissione il direttore del quotidiano «Il Tempo» Franco Bechis che, alla dichiarazione della Castelli ha poi dedicato un articolo corredato da una clip video che inchioda il viceministro e subito rilanciato da Giorgia Meloni.

«Ci hanno dato dei pigri, dei rivoluzionari, multati e adesso anche degli incapaci – si legge ancora nella lettera -. Tutti questi appellativi non appartengono alla nostra categoria che rappresentano un’importante colonna economica italiana (13% del Pil). I ristoratori non hanno mai chiesto clienti al governo, hanno chiesto sostenibilità per le riaperture. Molte attività, hanno riaperto con la scoperta di ricominciare in una situazione emergenziale, dove gli incassi non coprono i costi» «Con il coraggio e lo spirito di sacrificio che sempre contraddistingue la nostra categoria -continuano i ristoratori- hanno scelto di voler continuare a regalare una serranda alzata in città, di voler essere vicini ai nostri collaboratori, per sopperire e uno stato che ha lasciato nell’incertezza di migliaia di lavoratori del settore. Nonostante tutto riguardi la positività e la dignità di non mollare e tentare di preservare l’occupazione e conservare la tradizione enogastronomica, elemento trainante del Made in Italy ».

Sull’onda delle proteste che montano sui social, il viceministro ha cercato di mettere i puntini sulle «i» dicendo che «la citazione del ristorante è un esempio e non un attacco alla categoria» e che quello che ha detto è che «questa crisi ha spostato la domanda e l’offerta» e «bisogna aiutare le imprese e gli imprenditori creativi a muoversi sui nuovi business che sono quelli che sono nati, non assecondare le fake news diffuse dalla stampa». Quindi sulla sua pagina Facebook ha spiegato punto per punto quel che il governo e in particolare i Cinque Stelle hanno fatto per la categoria dei ristoratori in questo contesto critico. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio la difende: «Se pensano di fermare il lavoro di Laura e del M5s tramite disinformazione – twitta – e una becera propaganda anti politica non hanno capito nulla. Vai avanti Laura».

Ma i ristoratori non ci stanno. «Tutte promesse non mantenute – sottolinea Polli -. Basti pensare alla cassa integrazione, mai pagata all’80% e che tra qualche giorno, a fine luglio, termina: ci toccherà licenziare il personale. Così ci perderà il lavoratore che resta senza impiego e noi (non si licenzia gratis). Ma la questione più offensiva è l’esortazione a cambiare lavoro: aiutateci ad andare avanti, non diteci che dobbiamo inventarci un nuovo mestiere». Su questo punto è intervenuto ieri Matteo Salvini, dal Brindisino. «Un viceministro che dice ai ristoratori in difficoltà Non siete capaci, cambiate mestiere è una vergogna. Si dovrebbe dimettere domani mattina».



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