Ingressi, nuova stretta: stop ad altre tre nazioni per il focolaio-Balcani

Il pericolo, adesso che i contagi «autoctoni» sono in flessione, rischia di arrivare da fuori. Sono i casi di importazione a fare paura e far alzare la curva epidemiologica. Per questo il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha allungato la lista dei paesi a rischio, mentre il bollettino quotidiano riporta un nuovo aumento dei contagi nelle 24 ore, passati da 163 a 230 (il 34 per cento dei quali in Lombardia). Mentre i morti sono stati 20, ma 14 regioni non hanno registrato decessi.

Il governo procede, intanto, con la linea del massimo rigore. Ai 13 paesi per i quali l’Italia era già off limits dal 9 luglio, se ne aggiungono altri tre – Serbia, Montenegro e Kosovo – dopo che negli Stati dell’area balcanica l’epidemia ha ripreso vigore. Chi è stato negli ultimi 14 giorni in questi territori ha il divieto di ingresso e transito in Italia. «Nel mondo l’epidemia è nella fase più dura. Serve la massima prudenza per difendere i progressi fatti finora», ha twittato Speranza. Ci sono una serie di limitazioni che regolano l’ingresso in Italia che dividono i paesi di provenienza in quattro fasce: i cittadini dell’area Shengen hanno il via libera, quelli extra Ue possono entrare solo per ragioni di lavoro o salute ma facendo la quarantena, ad eccezione di 12 nazioni, infine ci sono i 16 paesi dai quali è vietato entrare.

Anche in Veneto il governatore Luca Zaia è preoccupato per il fenomeno degli stranieri infetti che arrivano o si trovano nella sua regione e non rispettano le norme di sicurezza, talvolta rifiutando le cure o violando l’isolamento fiduciario. «Sta succedendo quello che si sperava non accadesse – dice Zaia – ma che avevamo a più riprese paventato potesse essere un grave pericolo: cittadini stranieri rappresentano il focolaio più grande registrato in Veneto dalla fine del lockdown, con decine di positivi e numeri che possono crescere. In questa situazione già preoccupante, si verificano poi gravissime illegalità, con positivi asintomatici che si rendono irreperibili ai controlli. Vanno assolutamente fermati».

In Veneto non c’è solo il caso Jesolo, dove nella sede della Croce Rossa italiana 43 per persone sono risultate positive dopo essere state sottoposte a tampone (42 ospiti di nazionalità africana e un operatore), ma anche quello del minore kosovaro che a Marghera potrebbe aver infettato mezza questura. Venerdì si era presentato negli uffici di polizia – denuncia il sindacato Fsp – per capire come rimanere in Italia e, girando da una stanza all’altra, sarebbe entrato in contatto con 20 o 30 agenti perché, non parlando italiano, è stato rimbalzato tra personale di vigilanza, dell’ufficio stranieri, interpreti e fatto accomodare in attesa nella sala piena di altri cittadini di svariate nazionalità. Finché mercoledì mattina è arrivata la notizia che il giovane era positivo ed era stato portato in ospedale. «È stato fatto tutto per prevenire e porre il personale (e i cittadini) in sicurezza?», chiede ora il sindacato.

La situazione del Veneto impensierisce Zaia, che sollecita maggiori controlli, soprattutto alle frontiere e lì dove arrivano gli immigrati provenienti dal nord Africa, per i quali, a suo dire, si potrebbe pensare ad un «blocco totale», perché la «solidarietà è sacra inviolabile, ma la salute pubblica vale di più». «Esiste un Piano di Sanità Pubblica che va fatto rispettare ad ogni costo – dice – nell’interesse delle stesse persone infette e dell’intera comunità civile, perché se c’è un modo per far tornare il Covid è proprio quello di permettere ai positivi di girare indisturbati, mentre vanno fermati».



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