Ira M5s: dove andiamo? E Di Maio parla d’altro per nascondere i guai

Il M5s è una nebulosa informe, dove da dietro la foschia si intravede la sagoma dell’ultima bandiera rimasta: il taglio dei parlamentari. Così nel day after delle dimissioni minacciate dal ministro Vincenzo Spadafora e di un’assemblea che doveva disarcionare il capogruppo alla Camera e invece si è risolta in un altro nulla di fatto, l’ex capo politico Luigi Di Maio torna ad agitare il vessillo dell’anti-casta. «Da qualche giorno a questa parte – attacca Di Maio prendendosela con il centrodestra – si sta alzando di colpo, da parte delle opposizioni, il coro dei no a questa riforma. Ma ricordo che anche le opposizioni votarono a favore del taglio dei parlamentari. Dobbiamo rendere il nostro paese normale». Poi conclude con una frecciata sull’ostruzionismo di Italia Viva sul proporzionale: «Ovviamente serve serietà, anche nel rispettare gli accordi fatti sulla legge elettorale».

Insomma, meglio concentrarsi su ciò che avviene all’esterno, facendo finta che i guai di casa propria siano solo una pioggerellina estiva. Ma martedì sera in assemblea è scoppiato il nubifragio. Il capogruppo Andrea Crippa si è seduto sul banco degli imputati e ha ascoltato la requisitoria degli scontenti. Sugli scudi l’ex presidente della Commissione Esteri di Montecitorio Marta Grande, con un passato da fedelissima di Alessandro Di Battista: «Non si sa dove stiamo andando!», ha urlato all’indirizzo di Crippa e del vice Riccardo Ricciardi, tessitori dell’accordo che ha portato il dem Piero Fassino alla guida della stessa commissione rimpiazzando la Grande. Con lei i deputati «sovranisti» Raphael Raduzzi e Alvise Maniero. Tra i più arrabbiati anche Leonardo Donno e Azzurra Cancelleri, sorella del sottosegretario Giancarlo, vicinissimo a Di Maio. Dal vertice del gruppo sfidano la sedizione, assumendosi la responsabilità della sostituzione dei membri grillini della commissione Finanze che erano intenzionati a non votare il renziano Luigi Marattin. Alla fine resta congelata anche la richiesta di dimissioni del direttivo, come accaduto per Spadafora. «Nemmeno stavolta abbiamo deciso nulla», commenta sconsolato un deputato la mattina dopo la riunione.

Il ministro, tentato dalla rinuncia alla sola delega allo Sport, attende un incontro chiarificatore con il premier Conte. E un altro confronto con i quattro parlamentari ribelli più l’ex sottosegretario Simone Valente, artefice della lettera sullo stop alla riforma di Spadafora. Ed è ripresa la guerra a Rousseau e alle restituzioni. Dopo la mail dei probiviri che invita a mettersi in regola entro il 24 agosto, in molti subordinano l’espletamento della pratica con i bonifici a una promessa di ridurre il ruolo della piattaforma, eliminando gli odiati 300 euro mensili. Missione difficile. Però nel gruppo ostentano sicurezza: «Tanto non ci espellono». Scompiglio anche su un retroscena del Fatto che descrive un Davide Casaleggio pronto a una deroga al limite del doppio mandato per favorire la ricandidatura di Virginia Raggi e Chiara Appendino il prossimo anno. In Parlamento aspettano al varco, pronti a chiedere una deroga tombale.

E sullo sfondo c’è la partita sui servizi segreti. In cui Di Maio è pronto a farsi valere per controbilanciare lo strapotere del premier Giuseppe Conte.



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