La Bce: accelerare sul Recovery Fund

La Bce passa la palla a Bruxelles: gli strumenti a disposizione dell’Eurotower sono sostanzialmente esauriti (anche se il piano acquisti anti-pandemia da 1.350 miliardi andrà avanti fino a giugno 2021) e, dunque, tocca ai 27 Paesi dell’Ue approvare il Recovery Fund per sostenere la ripresa.

È importante che i leader europei diano l’ok a un «consistente pacchetto di aiuti» e affinché il Recovery Fund raggiunga il suo pieno potenziale deve essere «fermamente inserito in solide politiche strutturali realizzate a livello nazionale», ha dichiarato ieri il presidente della Bce senza, però, enfatizzare ulteriormente. Da una parte, infatti, ha esternato il proprio auspicio che il piano arrivi a 750 miliardi e sia composto in larga parte da finanziamenti a fondo perduto e in parte minore da prestiti per aiutare i paesi e i settori più colpiti dalla crisi. Dall’altro lato, ha sottolineato la necessità di «politiche strutturali mirate, particolarmente importanti per ringiovanire le nostre economie, con l’accento sugli investimenti in aree prioritarie come il green e la transizione digitale». Insomma, se da un lato ha sostenuto le tesi dei Paesi mediterranei, dall’altro ha riconosciuto la validità degli argomenti presentati dai Paesi «frugali» circa la necessità di accompagnare gli aiuti a piani di riforma efficaci. L’unico vero messaggio è l’invito a fare presto. Un appello che dovrà essere accolto dal presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e dal leader di turno dell’Unione, il cancelliere tedesco Angela Merkel, che dovranno conciliare posizioni talmente distanti che alla vigilia del vertice non si esclude la possibilità di un ennesimo nulla di fatto.

Eppure Lagarde ha ricordato che sul mondo della produzione continuano a pesare le perdite dei posti di lavoro e di reddito unite all’incertezza sull’evoluzione della pandemia. Di qui la prosecuzione dello stimolo di natura monetaria (indigesto all’ala rigorista del direttivo di Francoforte) allo scopo di dare un valido sostegno alla ripresa economica e di salvaguardare la stabilità dei prezzi. Per questo motivo, la Bce ha confermato che manterrà i tassi di interesse invariati o li diminuirà fino a quando le prospettive di inflazione non convergeranno «in maniera robusta a un livello sufficientemente vicino, ma al di sotto del 2 per cento».

Analogamente, proseguirà il Pepp (il programma di acquisti di titoli di Stato anti-pandemia) senza attenersi alla regola della capital key, ossia limitare gli interventi alla quota di partecipazione di ciascun Paese al capitale della banca entrale (l’Italia ha il 17% circa). «Paesi come Italia, Germania e Portogallo, sono al di sopra della capital key. La deviazione è parte della flessibilità che possiamo applicare», ha chiarito Lagarde ribadendo che «non lasceremo mai che la convergenza verso la capital key indebolisca l’efficacia della politica monetaria».

Una necessità confermata dall’allarme lanciato dal Fondo monetario internazionale. I fallimenti delle pmi, afferma l’istituto di Washington, «potrebbero triplicare da una media del 4% prima della pandemia al 12% nel 2020 senza un adeguato sostegno politico». In particolare, «l’aumento maggiore si verificherebbe in Italia, a causa al forte calo della domanda dell’elevata quota di produzione nelle industrie ad alta intensità di contatto». Altri segnali negativi arrivano, poi, dal comparto auto. Secondo l’Acea (associazione europea dei costruttori), a giugno le immatricolazioni sono calate del 24,1% rispetto allo stesso mese del 2019. La liquidità della Bce vale, ora più che mai, tanto oro quanto pesa.

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