La mia odissea da presidente di seggio: quattro ore in coda per consegnare le schede

In tanti hanno rinunciato all’incarico di presidente di seggio e in tantissimi a quello di scrutatore per la paura del coronavirus. Numerosi sono stati i seggi lasciati vuoti, e diversi gli appelli dei sindaci al senso di responsabilità dei cittadini. Io, presidente di seggio dal 2016, sono stata nominata in un seggio di Roma. Dopo indecisioni iniziali, ho deciso di prestare servizio per quel senso civico verso una democrazia in cui credo fortemente. Di sicuro non per i 130 euro che riceverò fra due mesi per un lavoro di 32 ore, ovvero 4 euro l’ora. Di certo non mi aspettavo ringraziamenti o attenzioni particolari. Rispetto, quello sì. Ho studiato il materiale per i presidenti di seggio e, per le misure anti-Covid da adottare, l’unica indicazione è stata la pubblicazione di un protocollo di una pagina in cui si indicava di indossare la mascherina, di areare la stanza del seggio ed evitare assembramenti. Fortemente consigliato igienizzare le matite a ogni votante.

E così domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15 ho cercato di rispettare e far rispettare tutte le misure: obbligo di mascherina per chi entrava, richiesta di igienizzarsi le mani a ciascun elettore, igienizzazione delle matite a ogni votante, pulizia delle cabine ogni 3-4 ore. Per il bene dei componenti di seggio (anche mio) e degli elettori.

Il comune di Roma aveva promesso l’igienizzazione della sala tra domenica e lunedì; cosa che, ahimè, non è avvenuta (la ditta di pulizie è arrivata alle 23.15 quando però i seggi erano chiusi). In alcune regioni, come in Veneto, sono stati effettuati test sierologici ai componenti della sezione elettorale (presidente di seggio, segretario e scrutatori). Non nel Lazio.

Ho avuto degli scrutatori e una segretaria di seggio davvero impeccabili. Li ringrazio per la loro professionalità. E ringrazio il Viminale e il Comune per aver dotato i seggi di mascherine, gel igienizzante e guanti. Lo slogan che ho cercato di difendere è stato: coniugare diritto di voto e diritto alla salute.

L’esperienza è stata però rovinata alla fine. Dopo aver terminato lo scrutinio alle 17, infatti, mi sono dovuta recare alla Fiera di Roma (zona Fiumicino) dove abbiamo atteso per oltre 4 ore in fila, chiusi in macchina, per consegnare le schede valide (le schede non utilizzate sono state ritirate direttamente dai vigili). Alcuni di noi hanno deciso di scendere a piedi e recarsi all’ingresso della Fiera per consegnare i bustoni con le schede. Ho percorso due chilometri a piedi con un saccone in spalla e altri due in mano. Arrivando all’ingresso siamo stati bloccati: accesso consentito solamente in taxi dopo misurazione temperatura e per ottemperare alle misure anti-Covid. Non sono mancate polemiche. «Per cento euro… ci trattano da schiavi, un’organizzazione vergognosa», le voci di alcuni scrutatori. L’odissea non è conclusa: dopo la lunga attesa, siamo entrati a consegnare le buste. In totale assembramento, tutti appiccicati, in molti con la mascherina sul collo. Ho chiesto alla polizia di intervenire, chiedendo il rispetto delle misure anti-Covid. Nulla è stato fatto. Non mi pento di aver accettato l’incarico e continuerò a dire di sì, per la mia democrazia. Ma resto delusa dalle istituzioni. E il colore politico non c’entra.



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