Le pensioni del dopo “Quota 100”? Il governo prepara un’altra stretta

Sulle pensioni il governo cerca di resistere alle pressioni dell’Europa e accantona anche i piani per modificare l’ultimo anno di vigenza di Quota 100. La riforma che consente il ritiro dal lavoro a 62 anni con 38 anni di contributi versati in vigore dal 2016 e fortemente voluta dalla Lega di Matteo Salvini, scadrà alla fine del 2021.

Ieri il viceministro all’Economia Antonio Misiani ha confermato che «Quota 100 scade nel 2021 e non verrà prorogata». Dove la notizia, più che una mancata proroga, che nessuno aveva fino ad oggi messo in conto, è il fatto che per un altro anno i lavoratori che hanno maturato i requisiti necessari potranno ritirarsi in anticipo rispetto alle norme ordinarie. Il governo in passato aveva valutato l’ipotesi di una fine anticipata di Quota 100, idea poi accantonata dopo l’esplosione della pandemia da coronavirus. Le ragioni sono politiche, ma anche di tenuta sociale. Difficile fare tollerare ai pensionandi e alle aziende un passaggio brusco da Quota 100 ai requisiti della Fornero. Uno «scalone» di cinque anni che scatterebbe tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022.

Al netto di Quota 100 si può andare in pensione anticipatamente con 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini, oppure ci si può ritirare con le regole della vecchiaia: 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi.

Prima della scadenza del 2022 il governo avvierà con le parti sociali un confronto ma sul futuro della previdenza l’ultima parola spetterà comunque al ministero dell’Economia guidato da Roberto Gualtieri e dalla presidenza del Consiglio. Che l’Italia aderisca o meno al Mes, sono in arrivo anni di controlli serrati da parte dell’Unione europea (i Paesi cosiddetti «frugali» come Olanda e Austria hanno sollevato un caso sulla spesa previdenziale italiana).

Questo significa che potrebbero essere accantonati progetti come la «Quota 101» che era stata ipotizzata nei mesi scorsi. In sostanza un passaggio graduale dalla riforma leghista al vecchio regime della Fornero.

Nei mesi passati, prima della crisi da Coronavirus, il governo aveva anche iniziato a ragionare su un sistema a maglie più larghe. Come quello evocato ieri dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano: «Mi auguro che l’esito del confronto con le parti sociali ci conduca verso l’adozione di una flessibilità strutturale nel sistema pensionistico», ha spiegato l’esponente Pd. In sostanza si tratterebbe di una soluzione simile a quella proposta dalla stessa Lega, cioè la pensione con 41 anni di contributi. Rispetto al regime particolarmente generoso degli anni passati (quando con 40 anni di contributi era riconosciuto il dritto della pensione) ci sarebbero però delle penalizzazioni. Tagli degli assegni, sulla cui entità era già iniziato un confronto tra addetti del settore.

Adesso è probabile che prevalga un metodo diverso. Sicuramente meno generoso, visto che nei prossimi anni esploderà il debito pubblico. Ad esempio il ritorno a un sistema dove per concedere un anticipo del ritiro si fanno distinzione tra categorie. Magari mantenendo Quota 100 per lavori usuranti. Un prezzo da pagare ai «frugali», a spese dei pensionandi.



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