L’euroaffanno di Conte. A caccia di un accordo per salvare la poltrona

Sbuffa. Sorride. Scrive tweet e messaggi vari. Si fa fotografare al tavolo dei Grandi, con Merkel, Macron, Sanchez e i due presidenti della Ue. Si lamenta: «Sono sfinito, Rutte è un osso duro». Se la prende con la von der Leyen, che «non difende abbastanza le prerogative della Commissione». Litiga con l’olandese: «Ti illudi se pensi che la partita non ti riguardi. Se lasciamo che il mercato unico venga distrutto, tu forse sarai eroe in patria per qualche giorno, ma dopo poche settimane sarai chiamato a rispondere pubblicamente davanti a tutti i cittadini europei di aver compromesso un’efficace reazione alla crisi».

Ma non lascia il tavolo, non sbatte la porta, non prende l’aereo: non se lo può permettere. «Non posso tornare a Roma senza un accordo, non aspettano altro per farmi fuori». Così Giuseppe Conte tratta, fino all’ultimo istante, anche nei tempi supplementari, per strappare il più possibile e alle migliori condizioni. Poco è meglio di niente. Cento miliardi di sussidi in meno? Duecento? Pazienza, resta sempre «una montagna di soldi». Dovremo sbloccare i licenziamenti e tornare al Jobs Act di Renzi? Abolire quota cento? Piantarla con le nazionalizzazioni? Si può fare. Quello che conta, per il premier, è ripresentarsi in Italia con un pezzo di carta. Un accrocchio, almeno. Un patto «salvo intese».

Il Conte di Bruxelles è costantemente in prima fila, sovraesposto, messo dagli altri sotto la lente d’ingrandimento. Partecipa a riunioni, incontri al caminetto, negoziati diretti con i tosti olandesi, collabora con i tecnici europei alla stesura delle varie bozze di compromesso, consumate una dietro l’altra. Fino alla plenaria serale, più volte rimandata perché non c’è intesa su nulla. Quanti soldi? Come? Chi controlla i piani nazionali e l’erogazione del Recovery Fund? Non si va avanti ma non si può tornare indietro, così la comitiva dei 27 leader decide di fare nottata. L’ungherese Orban prenota l’albergo per un’altra settimana. Nemmeno Conte ha fretta di rientrare, l’opposizione e mezza maggioranza sono pronte a processarlo.

Certo, le distanze sono ampie e la tentazione di rompere è forte. I confronti con Rutte sono «durissimi» e sfiancati, perché l’olandese – «ognuno ha il suo Salvini» – ha un problema speculare al premier italiano: tra un po’ nei Paesi Bassi si vota e non può passare per l’uomo che ha sbracato, concedendo soldi a quegli spendaccioni di Roma. Conte invece non può rinunciare al Recovery Fund perché altrimenti sarà costretto a ricorrere in fretta al Mes, 36 miliardi per la sanità, per evitare che il Paese vada in bancarotta. Peccato che il no al Salva Stati sia una bandiera irrinunciabile dei Cinque Stelle, azionisti di maggioranza del suo governo. Che Di Maio giochi di sponda con Renzi per farlo cadere. Che si parli di governissimo. Che da qualche giorno abbia ripreso ad aleggiare il fantasma di Supermario. Il Pd, sembra, lo difende: «Sostegno totale, no ai veti», dice Dario Franceschini. Pure Forza Italia, per bocca di Maria Stella Gelmini «appoggia in questa difficile trattativa chi rappresenta pro tempore in Paese nonostante gli orrori, non tifiamo contro l’Italia». Vito Crimi giura fedeltà assoluta. Ma i grillini sono una polveriera.

Quindi la sua battaglia e lì, a Bruxelles. «Continua il negoziato – spiega a metà giornata – Da una parte la stragrande maggioranza dei Paesi, compresi i più grandi Germania, Francia, Spagna, Italia, che difendono le istituzioni e il progetto europeo, dall’altra i pochi frugali». Lo scaribarile e già cominciato, se si rompe è colpa dei cinque nani. Si tratta ad oltranza nella notte, Conte punta sul fatto che nessuno dei 27 si possa permettere un fallimento e spara le ultime cartucce contro Rutte: «Se crolla il mercato nei risponderai agli europei».



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