L’Italia si salva sul Recovery grazie all’asse Merkel-Macron

Se la trattativa sul Recovery Fund si concluderà non troppo negativamente per l’Italia, occorrerà ringraziare per l’impegno nel raggiungimento di un accordo la cancelliera Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione, e il presidente francese Emmanuel Macron. Quest’ultimo, sbattendo i pugni sul tavolo nella notte fra domenica e lunedì ha apostrofato duramente il premier olandese Mark Rutte paragonandolo all’ex primo ministro britannico Cameron che con la Brexit «ha fatto una brutta fine».

La determinazione franco-tedesca nel far capire a tutti chi comandi realmente a Bruxelles («Sono Francia e Germania a pagare per questo piano nell’interesse dell’Europa», avrebbe detto Macron) ha così contribuito a far elaborare al presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, una nuova bozza di compromesso che sembrerebbe accontentare tutte le parti in tavola. Il condizionale è d’obbligo perché i frugali non possono dirsi certo sconfitti. L’importo del Recovery Fund rimane invariato a 750 miliardi di cui 390 miliardi a fondo perduto e 360 miliardi di finanziamenti. Il Recovery and Resilience Facility resta anch’esso a 312,5 miliardi di euro con 360 miliardi di prestiti. Si tagliano tutti gli altri capitoli di intervento tranne il ReactEu, i sussidi a fondo perduto per le aree più colpite, che viene limato a 47,5 miliardi di euro. Confermata la scomparsa del Solvency Support Instrument per le ricapitalizzazioni delle imprese in difficoltà che la Commissione voleva dotare di 26 miliardi.

Secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia sarebbe una vittoria perché resterebbe invariata la quota di sussidi a fondo perduto (82 miliardi) e verrebbe addirittura aumentata quella di prestiti a tasso agevolato (da 91 a 127 miliardi). Ovviamente, la sessione plenaria, rinviata più volte anche ieri, potrebbe modificare alcune parti dell’impianto sebbene i Paesi frugali si dicano, a parole, soddisfatti. I rebates, gli sconti sui versamenti al bilancio, sono stati infatti corposamente aumentati (+7,8 miliardi dal 2021 al 2027 a 26 miliardi) con l’Olanda e l’Austria che possono risparmiare rispettivamente circa 500 e 300 milioni in più all’anno. Inoltre dal primo gennaio 2021 potranno tenere il 25% dei dazi doganali raccolti per l’Ue, manna dal cielo per un porto importante come Rotterdam. Un «regalino» all’Olanda. E così Rutte potrà vantare una vittoria economica: un aumento dei costi di raccolta delle risorse proprie Ue tradizionali, tra le quali ci sono i dazi doganali.

Rutte potrà sbandierare come una vittoria anche l’introduzione di una sorta di diritto di veto, il cosiddetto «freno di emergenza».La Commissione Ue viene espropriata del ruolo di monitoraggio dei programmi nazionali che viene trasferito al Consiglio Ue, sempre a maggioranza qualificata. In sede Ecofin o di Consiglio Ue, però, un singolo Paese può deferire un altro Paese cse ritiene che «vi siano gravi deviazioni dal soddisfacente raggiungimento degli obiettivi». In attesa della valutazione la Commissione Ue sospenderà le erogazioni.

Per l’Italia, inoltre, non c’è troppo da festeggiare nemmeno sul fronte fiscale. Per finanziare il bilancio europeo (e indirettamente il Recovery Fund alimentato da emissioni comunitarie di debito) è prevista l’introduzione della digital tax e della carbon tax alla frontiera nel 2023, mentre dall’anno prossimo entrerà in vigore una plastic tax sulle plastiche non riciclabili, proprio quel balzello rinviato in Italia causa Covid.

Il nostro Paese, dunque, avrà un doppio obbligo: fiscale e di bilancio per dimostrare di «meritare» gli aiuti, morale e politico nei confronti di Germania e Francia.



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