Livermore, “Il teatro ora ha bisogno di nuovi spazi”

“Si sente parlare della riapertura degli stadi e mi domando come si possano immaginare gli allenamenti mantenendo la distanza di due metri. Ma allora mi domando: perché dei teatri non parla nessuno?” A lanciare l’interrogativo in una conversazione con l’ANSA sul tema pandemia è il regista Davide Livermore da poco più di quattro mesi alla direzione del Teatro Nazionale di Genova. “Siamo parte della storia. Pensavamo che bastasse la tecnologia o possedere uno smartphone per preservarci da qualsiasi cosa. E invece siamo fragili come sempre. Così è stato ai tempi di Shakespeare con la peste che portò alla chiusura dei teatri per due anni; così è stato ai tempi di Verdi che produsse le sue opere in mezzo alle guerre. Ci siamo illusi di poter controllare la nostra vita e ora dobbiamo fare tesoro di tutto questo”.

Il teatro, ragiona il regista, è il collante profondo della società. “Un’aria lirica cantata da un balcone ci commuove perché è qualcosa che ci tocca, antropologicamente. Migliaia di anni fa, in una caverna, un uomo disperato per la morte di un figlio sbranato da una bestia feroce, usciva all’aperto e cantava rivolto al cielo il proprio dolore. Non è cambiato nulla”. Prima di arrivare al Teatro Nazionale Livermore aveva firmato a Genova regie per il Carlo Felice. “Mi chiamò a sorpresa il direttore artistico Giuseppe Acquaviva e ne fui lusingato. Lavorai accettando anche di attingere a fondi di magazzino per realizzare allestimenti dai costi contenuti, condividendo il periodo di difficoltà economica. Una bella esperienza, unica in Italia, della quale nessuno però ha mai parlato e non so perché. Nel caso del Teatro Nazionale, la situazione è stata del tutto diversa: mi hanno cercato la politica, il consiglio d’amministrazione, il neo presidente Giglio con l’idea, penso, di sovvertire l’idea delle nomine, tutte eccellenti, per carità, che in genere si ripetevano nell’ambito dei Teatri di prosa italiani…”.

Come si è trovato al suo primo impatto con il Teatro che fu di Chiesa? “Intanto sono rimasto colpito dalla qualità delle persone che ci lavorano. Il mio predecessore Pastore ha fatto un gran lavoro mettendo insieme due teatri come il Nazionale e l’Archivolto. Mi ha detto scherzosamente: ‘io ho portato un teatro del XIX secolo al XX tu devi traghettarlo al XXI!’ Debbo insomma continuare su quella strada. Ma mi fa piacere sottolineare due aspetti. Il primo è che questo Teatro ha una storia che affonda le sue radici nella persona di Chiesa sempre in qualche modo presente. Un esempio. Al contrario di quel che avviene in altri teatri, qui sono dipendenti anche le persone che si occupano delle pulizie. Ebbene anche in loro c’è la piena consapevolezza di cosa sia un teatro e questo trovo che sia la dimostrazione di quanto Genova conosca e ami il teatro. E poi dobbiamo sempre ricordare che noi facciamo arte e non solo intrattenimento. E allora in momenti come questi dobbiamo inventarci luoghi non convenzionali che ci portino ad uscire dalle sale chiuse di un edificio teatrale. A Valencia realizzai tempo fa un’edizione di “Bastiano e Bastiana” di Mozart su un camion. Possiamo pensare a Api Piaggio da sistemare nei cortili per i bambini o a una nave o una chiatta nel porto per grandi produzioni…”.


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