Lo strano ruolo di Davigo. Testimone di Palamara ma vuol giudicarlo al Csm

Può essere Piercamillo Davigo giudice e testimone insieme del caso Palamara? Può il dottor Sottile del pool Mani pulite decidere quale ruolo svolgere nel procedimento disciplinare più devastante che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai affrontato? Sì, a quanto pare può.

A sei giorni dall’udienza che la sezione disciplinare del Csm terrà martedì prossimo contro Luca Palamara e gli altri cinque magistrati finiti sotto incolpazione per il loro ruolo nel mercato delle nomine, arriva finalmente la scelta dei consiglieri che faranno parte della sezione. Saranno loro a decidere le regole del gioco, a scegliere quali testimoni ammettere dei 133 che Palamara ha messo nella sua lista. A stabilire, cioè, se si processeranno solo Palamara e i suoi cinque colleghi, o il sistema trasversale che ha governato per dieci anni le nomine giudiziarie in tutta Italia.

Davigo è uno dei centotrentatrè. Ma è anche autorevole membro del Csm, e come tale può essere scelto per fare parte della sezione disciplinare. Palamara ha provato a ricusarlo, accusandolo di avere già espresso giudizi colpevolisti. Ma Davigo non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro. Vuole essere lui a giudicare Palamara, incolpato di avere tramato per mettere a capo della Procura di Roma Marcello Viola: una nomina che ricevette il voto anche dello stesso Davigo, il quale votò contro anche alla audizione dei candidati, che avrebbe riaperto i giochi. Lo stesso Davigo che nelle intercettazioni incontra Palamara, anche se il trojan della Guardia di finanza non registra il dialogo.

E Davigo, dicono le ultime notizie, farà parte della sezione disciplinare. Oltretutto Davigo sarà l’uomo forte della sezione, quello maggiormente in grado di indirizzarne il percorso. Il vicepresidente del Csm, David Ermini, che avrebbe dovuto presiederla, si è tirato indietro perché il suo nome compare ripetutamente nelle intercettazioni oggetto del procedimento. Al suo posto era stato proposto Fulvio Gigliotti, professore universitario calabrese, nominato due anni fa dal Parlamento in quota Movimento 5 Stelle, ma Gigliotti avrebbe problemi personali. Così a presiedere il «tribunale» che giudicherà Palamara sarà Emanuele Basile, avvocato lodigiano designato dalla Lega, un professionista lontano dai giochi interni della magistratura. Poi ci saranno tre «togati», ovvero membri magistrati: la pm milanese Paola Braggion, della corrente moderata di Magistratura Indipendente, il napoletano Antonio D’Amato (stessa corrente), l’astigiana Elisabetta Chinaglia (sinistra, Area).

Proprio l’incertezza che ha avvolto fino all’ultimo i nomi della sezione è un segnale chiaro di quanto il procedimento a carico di Palamara stia mandando in tilt i meccanismi interni che da sempre regolano il Csm. L’organo di autogoverno della magistratura italiana si trova di fatto a giudicare una vicenda che chiama in causa il suo stesso ruolo, la sua degenerazione in ricettacolo di manovre di potere. E che invece le correnti delle toghe – chi più, chi meno – premono per liquidare come un caso isolato, un inciampo che si può risolvere cacciando Palamara dalla magistratura e punendo – più blandamente – gli altri inquisiti.

Ma ormai forse è tardi per chiudere l’otre dei venti, perché i nomi messi da Palamara nella lista sono di pubblico dominio. E impedire di portarli nell’aula della sezione disciplinare non basterà a chiudere la faccenda.



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