L’orgoglio di Fontana in aula. “Basta, non tollero dubbi”

La versione del governatore Attilio Fontana dura un’ora e 3 minuti. «Non posso tollerare che si dubiti della mia integrità e di quella dei miei familiari» tuona addomesticando la rabbia ed esibendo l’orgoglio, dopo essere salito ieri, per sua libera iniziativa, sul ring del consiglio regionale. «Non solo per riaffermare la verità dei fatti», ma soprattutto «per voltare pagina». E rispondere, senza sottrarsi, alle molte accuse. «Stare a guardare prima e giudicare poi, è lo sport preferito da molti», forse il passaggio che accende l’applauso più lungo ed evidentemente liberatorio per quel centrodestra che s’è visto più trafitto di san Sebastiano. Per finire con lo sventolare delle bandiere della Lombardia sui banchi di una maggioranza certa che la mozione di sfiducia che i «grillini» a 5 stelle vogliono presentare per tornare a votare, non avrà la benché minima possibilità di essere approvata.

La sensazione per Fontana e chi in questi lunghi mesi ha lavorato notte e giorno con lui all’emergenza, dev’essere quella dei soldati della prima guerra mondiale che tornavano dalle trincee e trovavano gli imboscati che avevano loro rubato il lavoro, magari la fidanzata e per di più gli sputavano addosso. Perché se molte volte ci si è proposti di evitare la metafora bellica per descrivere l’epidemia, anche una persona pacata e non certo dai toni sopra le righe come lui ha parlato di tempi «paragonabili a una stagione di guerra». Sottolineando tentennamenti e imperdonabili ritardi del governo e dell’Istituto superiore di sanità, per non parlare delle inqualificabili amnesie dell’Oms su tamponi, test sierologici, utilità di mascherine e guanti che hanno costretto la Regione a cavarsela da sola «perché era indispensabile reagire in tempi rapidi».

Ma non solo difensiva e rivolta al passato è l’arringa, perché la gran parte del ragionamento va sotto il capitolo «Affrontare le sfide del presente immaginando il futuro». E adottando il tradizionale rito lombardo, a segnare le tappe sono le cifre che danno sostanza alle parole. Perché al declinare dell’emergenza sanitaria, la Lombardia può dire di aver già affrontato quella economica che è alle porte e potrebbe essere ancor più devastante se, come dicono le previsioni, a fronte di un calo del Pil mondiale di 3,4 punti, quello dell’Italia sarà tra gli 8 e i 13. Ma per affrontarla, considerando che «non si può immaginare un rilancio dell’Italia senza un rilancio della Lombardia», una legge regionale ha già messo a disposizione 3 miliardi di euro per opere pubbliche strategiche, ai quali nell’assestamento che va in aula proprio in questi giorni, saranno aggiunti altri 500 milioni. Denaro vero e non i buoni turismo a carico degli albergatori o sconti sulle biciclette che non si sa se mai arriveranno, spacciati dal governo per aiuti nell’emergenza. «Un indebitamento per investimenti di 3,5 miliardi – lo scatto d’orgoglio -, una manovra che senza pudori ho voluto paragonare a un Piano Marshall per realizzare opere che i territori aspettano da anni». Aggiungendo la stilettata: «Fatemi sapere se conoscete una sola Regione che abbia fatto qualcosa di analogo!». Parole che evidentemente stridono con l’assalto orchestrato da sinistra e giornali compiacenti, col pretesto di una fornitura di camici per poche centinaia di migliaia di euro. Alla fine nemmeno spese.

Così come in poche parole è spazzata via l’altra polemica politica e giornalistica sull’ospedale costruito nelle Fiere di Milano e Bergamo con i soldi delle donazioni. Perché è lo stesso governo Pd-grillino a chiedere (senza nemmeno un grazie alla Lombardia) che le due strutture rientrino nel Piano di emergenza da attivare in caso di recrudescenza dell’epidemia. Smontando così una delle tante campagne mediatiche che, accusa Fontana, hanno portato alla regione «un grave contraccolpo nella reputazione». Un attacco «allo spirito lombardo con quell’atteggiamento di chi arriva quasi a godere delle disgrazie altrui, specie quando a soffrire è il primo della classe». Chiudendo con la promessa di ridisegnare la sanità lombarda, così ingiustamente finita sul banco dell’imputato, su un progetto fondato sulla salute dei bilanci e quindi del «diritto ad assumere con i nostri soldi chi vogliamo». Assist perfetto per una chiusa su pentagramma bossiano e sui toni della Lega delle origini, per chiedere «l’autonomia non come mera concessione, ma come diritto costituzionale». Perché «la Lombardia è libera e libera va lasciata».



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