L’ultima profezia: avremo un premier donna e di colore

Da un certo anno in poi, si scoprì che in Italia la maggioranza degli elettori era fatta di neri. Pochi dei bianchi ne furono stupiti. Del resto questa realtà era la conseguenza delle tante migrazioni che si erano succedute nel tempo. Dall’Africa subsahariana erano arrivati in Italia almeno cinque milioni di nativi, quasi tutti molto giovani e decisi a contare nella nostra società e nella vita politica. Del resto entrambe ricordavano una prateria immensa che non era più di nessuno. I partiti tradizionali erano scomparsi o si erano ridotti a piccole consorterie prive di un leader.

I 5 Stelle scoprivano di trovarsi al lumicino ed erano diventati uno scarno club dove dominava un Beppe Grillo ormai ultrasettantenne, che viveva nella propria villa in Liguria. E si occupava soltanto di una passione che aveva scoperto da poco tempo: quella dell’entomologo che studia le farfalle. Il leghista Matteo Salvini era andato fuori di testa e si presentava in pubblico indossando una divisa da super poliziotto che si era cucito da solo. Forza Italia esisteva soltanto sulla carta. Dopo la morte di Berlusconi restava appena una squadra di belle ragazze che tuttavia presentavano un difetto: stavano invecchiando. La più sexy di tutte, Mara Carfagna, era una signora di quarantasette anni in buono stato che per di più si era messa a fumare la pipa e si vestiva come una nonna.

La sinistra democratica era ancora affidata al compagno Zingaretti, ma il pubblico lo considerava soltanto il fratello del commissario Montalbano, un eroe delle fiction televisive. I suoi comizi non attiravano più nessuno e lui ne era rimasto così scioccato che aveva iniziato a balbettare. Resisteva soltanto il piccolo mondo dei social network, ma erano passati di moda e nessuno se ne curava più. Potevano sparare le fake news più paradossali, ma i media stampati non ne parlavano. In quella situazione la comunità di gran lunga più robusta e vitale era quella dei migranti arrivati dall’Africa. Quasi tutti islamici. Si erano sistemati in casa nostra senza nessuna difficoltà. I loro figli avevano studiato e molti erano stati in grado di laurearsi nelle nostre università. Tra loro c’erano ingegneri, medici, docenti, militari, giornalisti, infermieri, cantanti, pittori, commercianti, musicisti, attori, sacerdoti, campioni di calcio, scrittori e poeti. Gli mancava soltanto una cosa: la rappresentanza parlamentare per essere presenti nelle due Camere, a Palazzo Madama e a Montecitorio.

A chi venne l’idea di presentarsi alle elezioni politiche? Questo non si è mai saputo con precisione. Ma la vox populi raccontò che erano stati due centenari, considerati i saggi della comunità nera. Uno era arrivato in Italia dal Mali, l’altro da Addis Abeba. Forse era soltanto una leggenda che si diffuse con la rapidità di un fulmine e provocò un terremoto dalle conseguenze imprevedibili. Il primo passo fu la nascita di un movimento politico con un nome che già diceva tutto: «Italia per noi». Il secondo passo fu di scovare un candidato adatto alla competizione elettorale ormai vicina. I due centenari suggerirono che doveva essere una donna, ancora giovane, bella e coraggiosa, in grado di competere con i capilista bianchi.

I maggiorenti della comunità nera non persero tempo. Dopo appena una settimana si conobbe chi era la prescelta. Un medico di 35 anni: Seila Baba, intelligente, onesta, poliglotta e di una bellezza disarmante. Veniva da una famiglia di etnia senegalese devota all’islam, era alta, con un corpo perfetto e un viso che non si dimenticava. Sostenne tre lunghi colloqui con i saggi e fu ritenuta la candidata giusta per una battaglia elettorale senza precedenti. Tra le tante qualità, Seila aveva anche quella di essere nubile: nessun marito, nessun amante, nessun figlio. Nel suo futuro non c’era neppure un ipotetico fidanzato. E ai saggi rivelò di essere ancora vergine.

Con l’aiuto di una squadra di consiglieri, la premier nera, vinte le elezioni, iniziò a governare. I suoi elettori si aspettavano molto da lei, ma compresero subito di aver affidato la politica italiana a una riformista che intendeva procedere a piccoli passi. Una parte dei neri cominciò a protestare: volevano a Palazzo Chigi una rivoluzionaria disposta a combattere i bianchi. Ma i due saggi tranquillizzarono l’opinione pubblica spiegando che la premier era una socialdemocratica con le idee chiare. E presto avrebbe rivelato quale strada avrebbe imboccato con decisione. Ma sulla sua strada Seila si trovò di fronte una banda di assassini. Appartenevano a un’associazione clandestina di suprematisti bianchi. Il loro motto era copiato da quello del presidente americano Trump: «Prima l’Italia e gli italiani». Il corpo di guardia che avrebbe dovuto difendere Palazzo Chigi, tutto di militari neri, venne sorpreso mentre mangiava il rancio. Gli assalitori lo sterminarono, poi si diressero verso l’ufficio della premier. Ma lei non c’era. In quel momento stava dalla parrucchiera del palazzo; doveva registrare un’intervista per una rete televisiva di New York e voleva essere in ordine.

Quando udì gli spari, comprese che cosa stava accadendo. Impugnò la rivoltella che portava sempre con sé e si affacciò sul corridoio che conduceva al proprio ufficio. Intravide un bianco munito di mitraglietta e cominciò a sparare. L’uomo tentò di ucciderla, ma venne colpito dalla premier. Prima di morire, tentò di nuovo di colpirla, ma riuscì solo a ferirla a un braccio e al Creatore ci andò lui. In quel momento irruppe dentro Palazzo Chigi una squadra di parà di colore fedeli al governo. E risolse la faccenda ammazzando quel che restava del commando dei bianchi fanatici. (…).

Il dramma si era risolto bene, ma l’incantesimo di una donna premier nera era finito. Un mese dopo l’assalto sventato, il presidente della Repubblica decise che i tempi non erano ancora maturi per accettare senza troppi contrasti la novità rivoluzionaria di un governo diretto dalla rappresentante della comunità di colore. E si rifugiò in una scelta più tranquilla. Quella di un esecutivo di tecnici protetto da un reparto di commando scelti dal vertice dell’Arma dei carabinieri. Soltanto due di loro erano neri e ottennero incarichi di terza fila.

Seila rifiutò di entrare nel governo. E decise di scrivere un libro che raccontava la propria storia di premier nera. A pubblicarlo fu la casa editrice che arrivò per prima e che pagò a peso d’oro quel contratto. Il libro ebbe un successo strabiliante. E riservò una sorpresa per Seila: conobbe un fidanzato che non sapeva nulla della politica, ma guidava un importante studio di commercialista. Anche lui di colore. Dimenticò la politica, si sposarono e misero al mondo ben sette piccoli neri.



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