Magistrati alla sbarra

Centotrentatrè testimoni per un processo alla magistratura, alle sue correnti, alle manovre, alle spartizioni, agli accordi sottobanco che per dieci anni hanno governato la lottizzazione degli uffici giudiziari di tutta Italia. Ieri Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, indagato per corruzione, deposita la lista dei testimoni che chiede alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura di interrogare nel procedimento contro di lui. Palamara sa di rischiare la cacciata, sa che la sua toga è appesa un filo. E decide di vendere cara la pelle. La lista che deposita ieri è potenzialmente devastante: per i personaggi chiamati a deporre, e per gli argomenti trattati. Alcuni esplicitamente, alcuni tra le righe, ma altrettanto comprensibili. Compreso il capitolo di prova su cui Palamara chiede che risponda Ernesto Lupo, ex primo presidente della Cassazione, numero 80 della lista: «Sulla autonomia della scelta decisionale della commissione incarichi direttivi e del plenum del Csm», si legge, «ed in particolare su quelle effettuate nella consiliatura 2014-2018». Nel mirino finiscono in questo modo le promozioni ad incarichi superiori di alcuni dei magistrati che in quegli anni avevano contribuito alle sentenze di condanna di Silvio Berlusconi. La riprova di quanto Palamara ha detto a più riprese nei giorni scorsi sulla necessità di capire bene come andarono i processi al Cavaliere.

Incredibilmente, a sette giorni dall’udienza contro Palamara non si sa ancora chi comporrà la sezione disciplinare del Csm: come se si faticasse, tra i membri del Consiglio superiore, a trovare qualcuno disposto a affrontare l’esplosivo materiale sottoposto dall’incolpato. A partire dalla prima scelta, la più delicata: quali e quanti testimoni ammettere dei 133 della lista. Ovvero: quanto consentire a Palamara di allargare il campo di battaglia.

Nella lista ci sono politici, uomini delle istituzioni, magistrati. Tra questi ultimi, quasi l’intero gruppo dirigente delle correnti che hanno governato il Csm: da Edmondo Bruti Liberati a Claudio Castelli a Piercamillo Davigo a Antonangelo Racanelli, tutti chiamati a raccontare come funzionassero davvero i rapporti con i partiti politici, a partire della nomina del vicepresidente del Csm. Ci sono due ex ministri della Giustizia (Flick, Orlando). E ci sono magistrati famosi o sconosciuti, tutti chiamati a rispondere alla stessa cruciale domanda: «l’esistenza o meno di una prassi costante, da parte dei magistrati aspiranti agli incarichi direttivi, di conferire direttamente o per interposta persona con i componenti in carica del Csm». È la prassi della raccomandazione, delle cordate. E la comparsa di alcuni nomi nella lista fa capire che Palamara è pronto a rinfacciargli di avere bussato a lungo alla sua porta.

C’è, altrettanto micidiale, la lista dei testi che secondo Palamara devono spiegare come nasce davvero l’indagine di Perugia nei suoi confronti, a partire dalla battaglia per la guida della Procura di Roma. Ci sono ufficiali e sottufficiali del Gico della Finanza, chiamati a raccontare perchè il trojan venne installato, e perché andava a intermittenza. Ci sono casi in cui funzionava anche a dispetto degli ordini dei pm, come quando registra l’incontro tra Palamara e il deputato Cosimo Ferri, coperto dall’immunità. Altre volte si spegne inspiegabilmente. A partire dalla misteriosa interruzione la sera del 21 maggio 2019, quando il dialogo tra Palamara e l’allora pg della Cassazione Riccardo Fuzio sparisce dai radar alle 21.53: è la chiacchierata in cui, secondo voci che circolano da tempo, viene esplicitamente evocato il ruolo del presidente della Repubblica. Che il Quirinale non possa essere lasciato fuori dalla vicenda, lo dice anche l’inserimento nella lista di Stefano Erbani, consigliere giuridico di Sergio Mattarella, uomo di collegamento tra il Colle e il Csm.

Al centro di tutto, il casus belli che segna l’inizio della sua fine, per Palamara resta la partita per la Procura di Roma. E qui tira in ballo tutti, dal vecchio capo Giuseppe Pignatone che avrebbe partecipato anche lui agli incontri con il renziano Luca Lotti, al procuratore aggiunto Paolo Ielo, a casa del quale nel settembre 2014 si sarebbero riuniti oltre a Pignatone e Palamaara, altri tre big dell’Anm «sul tema dell’organizzazione della Procura di Roma, anche con riferimento a future nomine dei procuratori aggiunti». È la cena in cui secondo Palamara dopo l’elezione del nuovo Csm le correnti di centro e di sinistra (Unicost e Area) si spartiscono la Procura capitolina.

Eravamo, dice in sostanza Palamara, tutti allo stesso tavolo. E funzionava così, dalla notte dei tempi: chiede che venga interrogato dal Csm persino l’ottuagenario Cesare Mirabelli, che era in Csm tra il 1986 e il 1990, oltre trent’anni fa. I magistrati di tutta Italia lo sapevano e facevano la fila per il nostro aiuto quando aspiravano a una procura, a un tribunale, una corte d’appello. Un mercato a cielo aperto di cui facevano parte, scrive Palamara, «segretari, riferenti locali ed esponenti dei gruppi associativi; componenti togati ed ex togati; componenti laici e i loro diretti referenti nel mondo della politica; aspiranti agli incarichi conferiti dal Csm». Se glielo lasciano fare, sarà un processo divertente.



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