Mandato zero: le 3 lezioni del caso 5 stelle

Rousseau ha parlato: il vecchio Movimento 5 stelle non esiste più. E l’ennesima giravolta grillina insegna tre lezioni fondamentali sulla politica, da annotare a imperitura memoria. Prima di vedere quali, però, riepiloghiamo i fatti.

La “base” pentastellata ha votato sulla piattaforma online per eliminare il limite dei due mandati e per stipulare sui territori alleanze con i “partiti tradizionali” (ovvero, il Pd). Con un clic, è stato sbianchettato ciò per cui era nato il M5s: non trasformare la politica in una professione (obiettivo discutibile) e non scendere a compromessi con le forze politiche che hanno trascinato l’Italia nel baratro (sarebbe stato sacrosanto).

Quella del mandato zero è una scusa puerile. Come due bimbi che giocano a morra cinese. Quando il primo raggiunge 3 punti, l’altro prova a barare: “Ma la prima manche non valeva, era di prova!”. Certo, va anche detto che sarebbe stato difficile trovare qualcuno disposto a mettere la faccia sul disastro che è Roma, visto che la deroga al doppio mandato riguarda anzitutto Virginia Raggi: era necessario sacrificare lei alle prossime comunali e poi ripagarla con un posto in Assemblea capitolina e, magari, altri incarichi fiduciari.

Quanto al tema delle alleanze, fa quasi pena il tentativo del M5s di conservare una parvenza di verginità politica: i grillini si apparentano sui territori, perché lì rischiano di sparire, ma formalmente restano autonomi a livello nazionale, dove comunque hanno dimezzato i consensi rispetto al 2018.

Ma cosa ci insegna questa metamorfosi radicale sulla politica? Ecco le tre indicazioni che se ne possono trarre.

1. Diffida degli incendiari: muoiono pompieri. È la classica dialettica tra forze antisistema e apparati. La storia insegna che chi voleva ribaltare il banco, alla fine si accontenta di prendere parte al banchetto. Il palazzo seduce: questa è la più grande forza dell’élite, quella che le consente di restare in piedi. Non è un caso se i poteri forti (Colle in primis) abbiano da subito “corteggiato” proprio i grillini (nonostante fossero stati loro a invocare l’impeachment sia per Giorgio Napolitano che per Sergio Mattarella). Il M5s era chiaramente più permeabile della Lega alle lusinghe dell’establishment. Ed è stato tanto duro nella contestazione quanto più appariva come un contenitore vuoto: “postideologico”, per dirla con la formuletta inventata da Luigi Di Maio. Il che, in realtà, significa una cosa sola: natura anfibia e assenza totale di principi, due elementi che aiutano a restare a galla aggrappandosi a qualunque appiglio.

2. Diffida della web-democrazia: è uno specchietto per le allodole. Indipendentemente dai dubbi che si possono alimentare sulla trasparenza dei meccanismi che presiedono al funzionamento della piattaforma Rousseau, è chiaro che quello di una democrazia diretta, in cui il plebiscito si esercita con un clic, è un inganno, o comunque un grave fraintendimento del significato autentico di questo regime politico. Che Rousseau sia servito a bollinare tutte le capriole propiziate dai capi pentastellati, lungi dal provare la praticabilità di questo modello, ne mostra la manipolatività. D’altronde, alle urne (quelle vere), il M5s ha perso un enorme capitale di elettori; e le decisioni non le prendono i rappresentanti eletti, bensì i vertici del Movimento.



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