Massimo Bossetti, tutto ciò che non torna nelle carte della condanna: perché non rifare il test del Dna?

Per i giudici della Corte d’Assise e d’Appello di Brescia la prova del Dna che identifica Massimo Bossetti come l’omicida di Yara Gambirasio – la ragazzina di 13 anni sparita da Brembate Sopra (Bergamo) il 26 novembre 2010 e ritrovata morta esattamente tre mesi dopo in un campo a Chignolo d’Isola – è valida, e non è dunque possibile eseguire la super perizia chiesta più volte dalla difesa perché il materiale genetico trovato sugli indumenti della ragazzina è esaurito. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 7 luglio è stato condannato all’ergastolo il muratore: per i giudici, infatti, i rilievi degli avvocati di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, a proposito di una violazione «dei principi del contraddittorio e delle ragioni difensive» riguardo alla prova del Dna, sono «del tutto infondati».

Sì, insomma, Massimo Bossetti si dovrebbe fidare ciecamente del lavoro di laboratorio effettuato ai tempi – tra mille polemiche, kit scaduti e tanta confusione sulle anomalie del materiale – senza che nessun suo perito di fiducia ci fosse a controllare (ovviamente era impossibile: allora il muratore non era ancora indagato e si cercava un misterioso Ignoto 1), ma soprattutto senza che nessuno possa farlo ora. Rifacendo l’esame. Nulla, niente di tutto ciò che invece dovrebbe essere qualcosa di normale: se ti condannano per il Dna che è la prova regina (unica prova vera) e tu sostieni che non sia il tuo e anzi chiedi un’ulteriore verifica sapendo che in caso di conferma non avresti più nessuno scampo ma ti negano anche questa occasione, significa che forse non c’è la reale volontà di arrivare alla verità sicura. Perché non dare questa possibilità a Bossetti? Perché lasciarlo in carcere con il dubbio?

Non solo. La Corte d’Assise e d’Appello aggiunge che non sarebbe possibile effettuare un’ulteriore analisi per comparare le tracce trovate su slip e leggings della ragazzina e il Dna di Bossetti perché il campione, utilizzato per fare diversi test, è terminato (per il movente invece spiega che «può essere circoscritto nell’area delle avances sessuali respinte, della reazione dell’aggressore a tale rifiuto, unita al sicuro timore di essere riconosciuto per aver commesso nei confronti della ragazza qualcosa di grave»). Eppure la difesa del muratore, sulla questione Dna, sostiene da sempre il contrario. «Hanno trovato sugli slip di Yara questa traccia di Dna. Una quantità esorbitante, tantissimo – spiegò qualche mese fa Salvagni in un’intervista a BergamoPost – Facciamo finta un bicchiere di Dna… Se fosse possibile ripetere i test? Certo, ci sono ancora dei campioni, il Dna era molto. È stato detto anche in udienza che ci sono».

La questione del profilo genetico, ma non solo. Nel frattempo spunta anche una novità che potrebbe cambiare lo scenario e quindi la posizione di Bossetti: il nome della 13enne di Brembate compare oggi anche in un’altra inchiesta, della polizia postale del Trentino Alto Adige, coordinata dalla Procura di Trento, denominata “Black Shadow” a proposito di una rete di pedofili. Sono stati infatti trovati riferimenti e foto di Yara Gambirasio, sul computer di uno degli arrestati, un uomo di Rimini di 53 anni. All’interno di un file dossier di circa 40 pagine c’erano anche immagini della 13enne di Brembate accanto a preghiere blasfeme e filastrocche. La vicenda potrebbe ora essere seguita dal pool difensivo del muratore. Che sta lavorando e lottando per trovare il vero colpevole della morte di Yara. Non uno qualsiasi…

di Carla Morini, Libero Quotidiano