Montegridolfo. Quel luogo dedicato all’incontro tra la natura e i bambini contaminato dalla caccia

Il primo fine settimana di settembre ha dato l’occasione ai cacciatori, con la caccia al colombaccio, di prepararsi all’imminente riapertura. Molti spari si sono così sentiti lo scorso weekend e una passeggiata nei boschi basta a dare la misura di chi ci è passato. Perché la caccia, si sa, è più un gioco, pur se crudele, che una necessità. E il gioco finisce quando la preda agonizza a terra, colpita a morte da uno sparo. Di portarla a casa perché almeno quella morte serva a qualcosa e diventi magari il pasto di qualcuno ai più non passa nemmeno per l’anticamera del cervello perché così si faceva una volta mentre oggi resta solo il divertimento dello sparare. Il cadavere rimane nei boschi, non entra nelle case: più nessuno è disposto a guardare dentro a quel sacrificio. E tuttavia questa non è una bella lezione da impartire ai nostri figli ed è ciò che da tempo denuncia la Fattoria Amaltea la cui proprietaria oltre vent’anni fa ha piantato un bosco perché diventasse un’oasi piena della voce degli uccelli dove i bambini potessero respirare quell’atmosfera. A nulla però sono valsi i suoi accorati appelli ai cacciatori ai quali è stato più volte chiesto di rispettare quel luogo dedicato all’incontro tra la natura e i bambini. Capita a volte che siano purtroppo proprio loro a ritrovare i corpi senza vita degli uccelli e che puntualmente scoppino in lacrime nel vedere un tale scempio. Non è facile allora dare spiegazioni, far capire che si è impotenti davanti ad un tale sopruso, che non ci sono tutele, che domani accadrà di nuovo, che la bellezza verrà ancora violata.