Nel Pd cresce la fronda del “No” al referendum. Di Maio: rispettate i patti

Il taglio dei parlamentari? «Senza nuova legge elettorale può essere pericoloso per la democrazia». Sorpresa di mezz’estate: dopo avere regalato ai Cinque Stelle la cosiddetta riforma che riduce il numero di deputati e senatori, e pure l’election day con il referendum costituzionale abbinato a Regionali e Amministrative, in modo da assicurarsi l’afflusso di elettori alle urne, ora il Pd scopre di avere probabilmente fatto un errore.

E a suonare l’allarme non è uno qualunque, ma Goffredo Bettini. Il quale nega di essere «l’ideologo di Zingaretti», come spesso viene qualificato, ma è pur sempre stato, in questi mesi, il principale teorico dell’indissolubile sposalizio tra dem e grillini, sotto la illuminata guida del pregevole Giuseppe Conte. Ora però Bettini, pur dichiarandosi «non pentito» di avere varato un governo che «ha salvato il paese», e continuando a lodare il premier, Bettini inizia a prendere le distanze da alcuni aspetti del connubio con i Cinque Stelle. A cominciare proprio dal referendum sul taglio dei parlamentari, tanto più ora che si è capito che il tentativo di varare subito la nuova legge elettorale proporzionale è fallito, grazie allo sgambetto dei renziani. «Non è nostra la responsabilità di avere fatto saltare l’accordo sulla legge elettorale sottoscritto da tutta la maggioranza», sottolinea Bettini. E avverte: «È un fatto molto grave, che indebolisce le ragioni del sì al referendum di autunno. Senza una riforma istituzionale e elettorale, dimezzare i parlamentari può essere perfino pericoloso per il regime democratico». C’è dunque la possibilità che il Pd inverta la rotta e si schieri per il no al taglio dei parlamentari? Il dirigente dem resta sibillino: «La situazione si complica. Vedremo».

In realtà, dentro il partito zingarettiano il fronte dei contrari al referendum sta crescendo, per ora silenziosamente, salvo rare eccezioni: un comitato di dem per il no è nato fin dall’inizio, e ne fanno parte alcuni dei dirigenti di punta più critici della linea di appiattimento del Pd sui grillini, come il senatore Tommaso Nannicini e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. «Ma senza nuova legge elettorale in tanti ci riterremo liberi di sostenere il no, è un movimento destinato a crescere», assicura il deputato siciliano Fausto Raciti. Che non attribuisce solo a Matteo Renzi la responsabilità del fallimento sul proporzionale: «La questione è stata tenuta in sonno troppo a lungo, anche per responsabilità dem, ed è tornata in ballo solo quando era palesemente più difficile la sua approvazione». Finora il Nazareno non ha preso una posizione ufficiale sul voto del referendum, ma il segretario è consapevole del crescente dissenso interno. Sull’altro piatto della bilancia però c’è la paura di scontrarsi con gli alleati grillini, per i quali il taglio dei parlamentari è un totem inviolabile («c’è un accordo di maggioranza e va rispettato», tuona Luigi Di Maio), oltre a essere la loro unica speranza di raccattare qualche voto alle amministrative, grazie all’abbinamento. «Una cosa però è chiara – ragiona in questi giorni Zingaretti con i suoi – senza la legge elettorale non potremo sostenere il sì al referendum».

La corsa verso le regionali si fa così sempre più ansiogena per il Pd. Nelle ultime ore è circolato un sondaggio sulla roccaforte toscana che ha suscitato il panico tra i dem, perché la forbice tra il candidato Giani e la contendente leghista Ceccardi, fin qui considerata molto debole, si è ristretta fino al margine di errore. E perdere la Toscana, finora data per certa, avrebbe conseguenze devastanti non solo per i dem, ma per lo stesso governo Conte.



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