Nessuna revoca. Lo Stato si riprende Autostrade e la riporta in Borsa. Benetton in uscita

Accordo fatto su Autostrade per l’Italia (Aspi): i Benetton, a cui fa capo l’88% di Aspi, accettano di uscire dalla concessionaria della rete autostradale e di cedere allo Stato l’asset, a sua volta l’esecutivo accantona l’idea di proseguire con la revoca. Ma per comprendere chi siano i vincitori e vinti del lungo braccio di ferro manca l’aspetto principale, quello economico, ovvero la valutazione a cui saranno aperte le porte della concessionaria alla Cassa Depositi & Prestiti (Cdp).

L’accordo, secondo il comunicato di Palazzo Chigi seguito alla lunga maratona di martedì notte, prevede «l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cdp ndr)» attraverso «la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato da parte» della stessa Cassa e «l’acquisto di quote partecipative da parte di investitori istituzionali»; oltre alla «cessione diretta di azioni Aspi a investitori graditi alla Cdp con l’impegno da parte di Atlantia di non destinare tali risorse a dividendi». Per arrivare infine alla «scissione proporzionale di Atlantia con l’uscita di Aspi dal suo perimetro e la contestuale quotazione di Aspi in Borsa».

Il Consiglio dei ministri ha quindi dato mandato alla Cdp di avviare, entro il 27 luglio, il percorso che dovrebbe portare al riassetto di Atlantia-Aspi.

Stando ad alcune ipotesi, Cdp entrerebbe quindi con un aumento di capitale riservato da 3,3 miliardi circa per il 33% del capitale di Aspi e, contestualmente, altri investitori istituzionali rileverebbero da Atlantia fino al 22% complessivo del capitale. In fila per entrare nella concessionaria che gestisce oltre 3mila chilometri di rete autostradale ci sarebbero soggetti istituzionali come Macquarie Infrastructure che aveva già guardato il dossier nel 2017 (quando in Aspi entrarono Allianz e Silk Road) e Blackstone che in Italia ha già investito 4 miliardi di dollari. Più cauto invece, in attesa dei numeri dell’operazione, il fondo F2i. La complessa architettura del riassetto dovrebbe quindi riportare Aspi in Borsa nel giro di un anno, con i Benetton ridotti all’11% del capitale. Ma potrebbe aprirsi una strada più lineare: il gruppo di Ponzano Veneto ha messo sul piatto, come alternativa, l’immediata cessione dell’intera quota detenuta in Aspi a Cdp e a «investitori istituzionali di suo gradimento».

L’accordo annunciato di ieri ha definito tuttavia la sola cornice dell’operazione senza entrare nei dettagli economici. E la strada potrebbe essere in salita. Due anni fa il capitale di Aspi era stato valutato 14,8 miliardi di euro. «Oggi è difficile che simili valori siano ritenuti attuali dopo il crollo del Ponte di Genova, la revisione del piano tariffario (che prevede uno sconto medio del 5% rispetto ai valori attuali) che potrebbe mettere pressione sul bilancio della società (l’ultimo esercizio si è chiuso con un giro d’affari di 4,1 miliardi e un margine operativo lordo di 710 milioni) e la previsione nel decreto di Milleproroghe di un indennizzo di 7 miliardi in caso di revoca della concessione rispetto ai 23 miliardi della concessione del 2007», commenta Vincenzo Longo di IG secondo cui comunque, per chiudere l’operazione, che coinvolge anche investitori stranieri e piccoli azionisti, le valutazioni di Aspi non potranno essere neppure troppo basse. E, in effetti, all’indomani dell’accordo le valutazioni di Aspi da parte dei broker si attestano tra gli 8-8,1 miliardi (di Ubs, Imi e Fidentis) e i 9 miliardi. Al di là della valutazione finanziaria, la nuova concessionaria rischia di trasformarsi nell’ennesimo fardello sul groppone dello Stato e quindi dei contribuenti. E non è un caso che, in Piazza Affari, Atlantia abbia brindato all’accordo chiudendo la seduta con un balzo del 26,6% a 14,5 euro. La finanziaria della famiglia Benetton (che ha in mano il 30% di Atlantia), può già tirare un sospiro di sollievo: oltre ad aver ottenuto l’accantonamento della revoca, il passaggio della quota di controllo della concessionaria a qualcun altro fa sì che quest’ultimo si faccia carico dei 10 miliardi di debiti di Aspi (a cui si aggiungono i 5 miliardi di garanzia riconosciuti da Atlantia); delle misure di indennizzo (3,4 miliardi) previste in seguito alla tragedia di Genova e, infine, dell’ingente pacchetto di investimenti previsti dal piano (14,5 miliardi entro il 2038) che a loro volta richiedono la necessità di costanti finanziamento.



Fonte originale: Leggi ora la fonte