Ora Di Maio sfida Giuseppi: “Codice appalti, stop di 3 anni”

La tregua per la leadership a Cinque stelle è solo apparente. Il confronto è rinviato a ottobre e prevale la linea di una segreteria «collettiva» con un coordinatore primus inter pares, come vorrebbe Beppe Grillo, per non fare troppa ombra a Conte.

Ma la sfida è aperta e Luigi Di Maio è tra i più attivi. Ieri, mentre a Palazzo Chigi erano riuniti i capi delegazione della maggioranza per cercare di mettere insieme una proposta condivisa da mettere sul tavolo europeo e, come ha detto Zingaretti, «chiudere i capitoli aperti da troppo tempo», l’ex capo politico pentastellato ha voluto riprendersi la scena dettando condizioni su tutti i grandi temi aperti, mentre il consiglio dei ministri sul Dl Semplificazioni veniva nuovamente rinviato alla settimana prossima.

Per Di Maio il piano di rilancio per il Paese parte dagli appalti: «Per me la cosa ideale sarebbe dire: sospendiamo il codice degli appalti per tre anni, lasciamo la direttiva europea, i controlli anti mafia, i controlli anti corruzione». Non a caso, il superamento del codice degli appalti è un vecchio pallino dei 5 stelle prima versione, quelli che hanno governato per un anno fianco a fianco con Matteo Salvini.

L’idea di un’accelerazione delle procedure non è estranea anche ad altre componenti della maggioranza, che però guardano al «modello Genova». Che l’idea di Di Maio sia invece far passare uno stravolgimento più strutturale è però evidente anche da quanto il ministro ha aggiunto a Porta a porta: «Io credo che poi saranno gli italiani a chiederci di non riattivarlo più così com’è».

Di Maio lancia così una nuova opa sulla leadership del M5s e contemporaneamente replica al Pd che fa passare la propria proposta di semplificazione attraverso una lunga sospensione del Decreto dignità, cioè di una legge che è stato il battesimo di governo dei Cinque stelle e in particolare dello stesso Luigi Di Maio.

Ma c’è di più. Il posizionamento dell’uomo di Pomogliano serve anche a rimetterlo al centro della scena politica ricordando quanto sia ancora centrale il suo ruolo all’interno del Movimento, mentre il premier, nelle parole di Di Maio, è importante, ma relegato a un ruolo sussidiario: «La leadership del presidente Conte è cresciuta e io sono contento, è una cosa positiva per il paese, se vuole aiutare il M5S io non posso essere che contento». Sono le ore in cui si dovrebbe decidere i temi da mettere sul tavolo europeo, decidendo a quali capitoli assegnare le grande risorse che si attendono da Bruxelles. Di Maio non è a Palazzo Chigi ma mostra di avere un peso in queste scelte, ricordando la fiducia concessa non senza fatica all’avvocato degli italiani: «Quella che prima era preoccupazione per la non esperienza politica ora è ammirazione per Conte, per come amministra il suo ruolo».

«Smantelliamo un sistema burocratico che anche durante la pandemia ha messo in evidenza tutti i suoi limiti», ha incalzato Di Maio mostrando tutta la sua distanza con il sistema «un commissario per ogni opera», che invece sarebbe gradito sia al Pd che a Italia viva. L’uomo di Pomigliano non rinuncia nemmeno a tracciare i confini su Alitalia («un’occasione per ripartire», con investimenti pubblici, evidentemente) e Austrade: «Non immagino un futuro in cui ridare a Benetton le autostrade». Anche qui un altro colpo a Chigi dove proprio ieri si è esaminato il dossier senza concludere.

È il destino di questa maggioranza, ancorata ai tormenti interni delle sue componenti, M5s in primis: «Penso che la futura leadership del movimento per poter rappresentare un’alternativa del Paese e lo farà, debba tenere tutti dentro». Del resto, l’ipotesi di una leadership collettiva per Di Maio ha un vantaggio: non c’è un capo dichiarato, un successo di Di Maio. E lui può emergere ancora.



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