Perrin narra Violette nel suo cimitero

VALERIE PERRIN, ‘CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI’ (E/O, pp. 478 -18,00 euro – Traduzione di Alberto Bacci Testasecca).
    Se si parla di quale sia stato il libro di questa estate, al di là del Premio Strega e delle novità dei giallisti di successo, questo è certamente ”Cambiare l’acqua ai fiori” di Valerie Perrin, fotografa, sceneggiatrice e moglie del regista Claude Lelouch, uscito in Italia oltre un anno fa, ma le cui vendite sono cresciute in sordina dall’autunno e durante il lockdown grazie al passaparola dei lettori, per esplodere subito dopo.
    La sua forza è certamente nella qualità e intensità della scrittura, ma forse il fascino è dato anche dall’essere un libro che comincia orizzontale, iniziando in un modo, per diventare perpendicolare attorno alla metà, lavorando più in profondità sulla psicologia e i sentimenti dei personaggi. Affascina subito, perché sembra appartenere a quel filone francese poetico e curioso che seduce il pubblico e ha reso di culto un film come ”Il favoloso mondo di Amélie” o un libro quale ”L’eleganza del riccio”. La sua protagonista Violette Toussaint che, dopo essere stata custode di un passaggio a livello con un marito che poi sparisce e in seguito a una grave perdita, diventa da sola guardiana di un cimitero in Borgogna senza che vi sia nulla di triste, torbido o inquietante, curando un orto e leggendo le lapidi mentre i suoi amici sono i necrofori, a cominciare dal becchino patito di Elvis Presley, e si occupa, magari portandoseli in casa per offrirgli da bere, dei parenti dei morti durante il funerale e quando tornano in visita alle tombe, annotando in un diario il tempo che ha fatto, il numero dei presenti e altri particolari.
    Un giorno le si presenta un uomo, un poliziotto di Marsiglia, Julien Seul, cui è da poco morta la madre, che vuol capire perché ha lasciato scritto a sorpresa di voler essere seppellita in quel lontano cimitero nella tomba dove già è sepolto un celebre avvocato di cui nessuno in famiglia sa nulla.
    Cominciano, ma davvero pian piano, a cambiare le cose e a trasformare questo lieve romanzo in una sorta di indagine sul fatto che le cose e le persone non sono mai quello che sembrano, a cominciare appunto dalla madre di Julien vista sempre come chiusa e algida e che invece si scoprirà essere stata capace di grandi passioni. E allora diventa un bel romanzo appassionato e drammatico, ma non triste e sempre con un filo di ironia, in cui si intrecciano amori e amicizie, in cui il dolore scopre le proprie ragioni che appunto non sono quelle che parevano, in cui la vita procede tra sorprese e drammi, col racconto che va avanti e indietro continuamente per svelarci passato e presente dei personaggi. (ANSA).
   


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