Polemica nel M5s: “Conte per tenersi la poltrona ci consegna al Pd”

“Come siamo uniti contro la destra al governo, così lo dobbiamo essere anche nelle Regioni”. È questo il mantra che Nicola Zingaretti ripete da settimane nel tentativo di convincere il M5S a dar vita a un’alleanza strutturale in vista del voto del 20 e 21 settembre.

Il caso Liguria, mugugni sulla scelta di Sansa

Finora l’accordo è stato raggiunto solo in Liguria dove il Pd e il M5S appoggiano Ferruccio Sansa, ormai ex giornalista del Fatto Quotidiano e figlio di Andriano, che è stato sindaco di Genova per il centrosinistra all’inizio degli anni ’90. A spingere fortemente per l’accordo col Pd è stato proprio Beppe Grillo, suscitando non pochi mugugni dentro il M5S. “In Liguria abbiamo dovuto digerire un candidato che ci ha insultato per anni. Ma vi sembra normale che dovremo sostenere Sansa? Ci ha riempito di attacchi”, dice a ilGiornale.it un senatore pentastellato che preferisce mantenere l’anonimato. “Abbiamo dovuto scegliere il candidato che hanno deciso Travaglio e Conte”, aggiunge il grillino che non risparmia critiche neppure al Pd che “voleva allearsi con noi per provare a vincere e ci hanno messo uno che non sa nemmeno quali sono i valori del movimento 5 stelle”. Insomma, tra i Cinquestelle i distinguo non mancano anche perché in Liguria, a causa di questo accordo con i democratici, hanno già dovuto subire una sorta di scissione. Per poter candidare Sansa, infatti, in maggio è stata ‘fatta fuori’ Alice Salvatore, la capogruppo del M5S in Regione che, dopo la sconfitta subita cinque anni, era stata riconfermata come candidata presidente anche per le Regionali di settembre. La Salvatore ha sbattuto la porta e correrà da sola col suo movimento Il Buonsenso, cercando di togliere voti proprio ai Cinquestelle.

Marche, l’accordo col Pd è lontano e il M5S si spacca

Nelle Marche, invece, il M5S non esiste più in Regione. I consiglieri regionali Gianni Maggi e Romina Pergolesi hanno lasciato il Movimento per unirsi ad alcuni esponenti locali di Articolo 1 e dar vita a una lista civica, in appoggio al candidato di centrosinistra Maurizio Mangialardi. È questo il primo risultato del pressing del Pd che punta a raggiungere un accordo con i grillini nelle Marche dove, per la prima volta, potrebbe vincere un esponente di centrodestra, il deputato meloniano Francesco Acquaroli cui i sondaggi attribuiscono il 48%. Mangialardi, sindaco di Senigallia, lo segue con un distacco di 8 punti che sarebbero teoricamente colmabili se i pentastellati lo appoggiassero. “Il Pd sta pressando tanto, stessa cosa Conte”, ci dice un deputato grillino alla prima legislatura che non sembra aprioristicamente contrario all’alleanza, ma avverte: “non è possibile che i candidati alle regionali vengano scelti a Chigi”. E subito dopo aggiunge: “Ormai Conte ci sta facendo diventare una succursale del Pd. Così il movimento si schianta, siamo destinati a scendere al 10%”. Il punto è che il duo Conte-Zingaretti, speravano di poter replicare quanto successo in Liguria, forti anche dell’esperimento Pesaro. Qui il sindaco dem Matteo Ricci è riuscito a imbarcare nella sua giunta l’ex candidata del M5S Francesca Frenquellucci affidandole l’assessorato all’Innovazione. “Non conoscono nemmeno le sensibilità del movimento nelle regioni”, dice la nostra fonte, riferendosi probabilmente al fatto che il presidente uscente Luca Ceriscioli non è stato ripresentato proprio perché, evidentemente, anche per le forze che lo sostenevano non aveva dato una grande prova di sé. Ma cambiare candidato può bastare per fare dimenticare cinque anni di opposizione grillina al governo regionale di centrosinistra? “Se continua così finisce che la gente sul territorio non ci riconosce più”, sentenzia il grillino. E questa riottosità a siglare un’alleanza col Pd è il motivo per cui, almeno allo stato attuale, la candidatura del candidato presidente M5S, Gian Marco Mercorelli, non è ancora stata ritirata.

Conte e Boccia premono per il sostegno a Emiliano

L’ultima regione dove sono molto elevate le pressioni per siglare un’alleanza giallorossa è la Puglia. Il premier Giuseppe Conte, ottenuti 208 miliardi di recovery fund dall’Ue, punta a non perdere nella sua Regione. “Possibile non trovare un momento di sintesi agli appuntamenti regionali? Sarebbe una sconfitta per tutti, anche per me, se non si trova un modo per fare un passo avanti. Basterebbe mettere da parte le singole premure”, aveva dichiarato alcune settimane fa. Nonostante i desideri del premier e le energie profuse dal ministro Francesco Boccia per portare alla vittoria il governatore uscente Michele Emiliano, un accordo appare ancora lontano. “Nel Pd hanno paura di perdere alcune regioni e perciò vogliono allearsi con noi. Ma se facciamo l’alleanza, il movimento si spacca ed è la fine. Perdiamo tutti i voti in Puglia”, ci rivela un alto dirigente grillino che sta seguendo da vicino il dossier Puglia. Dal Transatlantico, i grillini, a taccuino chiuso, attaccano apertamente Conte per il pressing: “Non capiamo perché Conte stia pressando così tanto per fare l’alleanza con Emiliano. Così ci porta a sbattere. Per salvare la sua poltrona sacrifica il movimento. Da non crederci”, dicono.

Anche l’ipotesi di un patto di desistenza viene rispedita al mittente. Se, infatti, nelle Marche e in Liguria, il M5S non avrebbe alcuna possibilità di vittoria, in Puglia la situazione sembra alquanto incerta. Secondo un sondaggio realizzato per Affaritaliani.it da Roberto Baldassari, direttore generale di Lab2101, la candidata grillina Antonella Laricchia, col 31% si attesterebbe in seconda posizione, avanti di un solo punto dal candidato del centrodestra Raffaele Fitto e indietro di 3 punti rispetto al governatore uscente Michele Emiliano. Dall’entourage che sta seguendo la campagna elettorale del candidato della Meloni, però, ci fanno sapere che i dati sarebbero ben diversi: “I sondaggi ufficiali ci danno avanti di 3-4 punti, quelli finanziati da Emiliano qualche punto dietro. L’aria sembra buona. In fondo Fitto i voti se li è sempre presi”.

La poltrona di Crimi sempre più in bilico

In questo contesto si inserisce il “commissariamento” di fatto del reggente Vito Crimi. Negli scorsi mesi i senatori Mattia Crucioli, Emanuele Dessì e Primo Di Nicola avevano presentato un documento per limitare il potere dell’allora capo politico Luigi Di Maio. La settimana scorsa, invece, secondo quanto riporta il quotidiano Il Foglio, l’assemblea dei grillini di Palazzo Madama ha approvato un documento che “mette alle strette il capo politico e limita l’uso di Rousseau per decisioni politiche”. I senatori ‘ribelli’ accusano Crimi di immobilismo nel corso delle trattative per le Regionali e spingono per ottenere presto la convocazione degli Stati Generali che temono che possano slittare al 2021.



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