“Prendere i fondi ora, dopo non converrà”

«Più passa il tempo, più l’Italia potrebbe avere necessità di cassa e più costoso potrebbe essere il ricorso al Mes, sia in termini finanziari sia politici». Il Cio di Axa Im Italia, Alessandro Tentori, ieri in un commento sui mercati si è lasciato sfuggire un pensiero «cinico» sul dibattito politico attuale: se i 37 miliardi del Fondo salva-Stati servissero ora, andrebbero chiesti subito perché aspettare equivarrebbe esporsi a rischi troppo elevati e si perderebbe tutta la convenienza di questa linea di credito. Il ragionamento sotteso a queste dichiarazioni si basa sul fatto che la richiesta di accesso ai fondi del Pandemic Crisis Support del Mes, pari al 2% del Pil 2019 (per l’Italia 37 miliardi), può essere presentata fino al 31 dicembre 2022. Al momento l’Eurogruppo, il Consiglio europeo e la Commissione Ue si sono impegnate a non attivare la «sorveglianza rafforzata» prevista dalla richiesta di fondi al Mes con la sola condizione di monitorare che tutti i fondi siano utilizzati per le «spese dirette e indirette» legate all’emergenza. Dunque, se l’Italia presentasse richiesta entro la fine dell’anno, le condizioni da soddisfare sarebbero solo quelle di presentare a Bruxelles e a Francoforte un piano dettagliato di interventi nella sanità. Ottenuti quei fondi il loro rimborso sarebbe più conveniente rispetto a un emissione di pari importo di Btp decennali. «Su circa 37 miliardi di circa 500 milioni l’anno, che in 10 anni fanno 5 miliardi che si risparmierebbero», ha detto il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri a In onda aggiungendo che «sarebbe opportuno affrontare la questione con pragmatismo (un messaggio a M5s; ndr)e al momento giusto raggiungeremo la soluzione più razionale».

Cosa accadrebbe, invece, se la diatriba sul Mes proseguisse oltre la fine dell’anno? Le stime del Fondo monetario internazionale indicano nel 2020 un -12,8% di Pil, mentre il recupero dell’anno prossimo dovrebbe fermarsi a un +6,3 per cento. Ma, ricorda Tentori, «la crescita potenziale del Paese negli ultimi 20 anni si è fermata allo 0,2-0,3%, frutto di un assetto industriale che è poco adatto a competere sui mercati».

Non c’è bisogno di aggiungere che presentare una richiesta di aiuto nel 2021 o, addirittura, nel 2022 con un’economia che ha perso oltre 10 punti di Pil e con un rapporto debito/Pil schizzato sopra il 160% renderebbe qualunque creditore molto più «attento» al proprio prestito. Tanto più che anche l’accesso al Recovery Fund, che sarà messo a punto dal Consiglio Ue il 17 luglio, sarà subordinato al «rafforzamento dei fondamentali economici». E non è un caso che le bozze del Programma nazionale di riforme messe a punto da Gualtieri già prevedano un taglio degli sconti fiscali, una corposa spending review e un programma di dismissioni.

Considerato che i 172 miliardi del Next Generation Eu saranno probabilmente a partire dal 2021, arrivare all’anno prossimo con due richieste di sostegno pressoché contemporanee aggraverebbe lo sforzo da compiere per presentare un piano credibile di riduzione del debito. Anche perché tutti gli organismi di analisi lamentano l’assenza di «riforme strutturali» riguardanti la bassa produttività e gli squilibri demografici.

Insomma, attardarsi ulteriormente significherebbe pagare «costi finanziari e politici» perdendo autonomia decisionale su queste due voci, «subendo» una riforma del mercato del lavoro ancor più flessibile del tanto contestato (dai sindacati) Jobs Act e, soprattutto, una revisione del sistema pensionistico che lo renda maggiormente sostenibile. Per questi motivi, oggi l’aiuto del Mes costa relativamente poco, domani chissà.



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