Recovery, l’Europa è un Vietnam. Italia bloccata nel pantano

Sabbie mobili nelle quali ha rischiato di affondare tutta l’Unione europea, immobile e divisa al suo interno sul Recovery Fund e sul bilancio programmatico 2021-2027. Un pantano mortale che Angela Merkel, ormai unico leader universalmente riconosciuto, ha cercato di bonificare. È questo il quadro del primo giorno del Consiglio Ue, iniziato ieri a Bruxelles e attraversato dalla mattina fino alla sospensione pomeridiana della sessione plenaria da uno scontro ad alta tensione fra Italia e Olanda.

Il premier dei Paesi Bassi, Mark Rutte, ha cercato di far naufragare ogni possibile intesa sin dall’inizio. «Le possibilità che arriviamo ad un accordo questo fine settimana sono meno del 50%», ha dichiarato al suo arrivo. Poi, ha dato il via a un’azione di guerriglia su ogni argomento all’ordine del giorno. Prima, ha cercato di depotenziare la portata del Recovery Fund nella parte dei finanziamenti a fondo perduto (500 miliardi sui 750 miliardi complessivi), poi si è battuto per diminuire il bilancio Ue dai 1.100 miliardi stimati (1.065 miliardi effettivi) a 1.050 miliardi, provocando il risentimento della delegazione del Parlamento europeo.

Infine, ha ingaggiato un duello con il premier italiano Giuseppe Conte mettendo sul tavolo una proposta alternativa per la governance del Fondo anticrisi. L’olandese – capofila dei «frugali» – ha proposto che, per poter accedere ai corposi fondi, i Ventisette elaborino un piano di riforme sottoposto all’approvazione all’unanimità del Consiglio europeo (in altre parole sottoposto al veto degli altri Stati membri). Da Italia e Spagna deve venire «un chiaro impegno» sulle riforme, ha sottolineato.

Conte, insieme con il collega iberico Pedro Sánchez, dopo aver definito «incompatibile con i Trattati e impraticabile» la proposta olandese, è passato al contrattacco, minacciando l’abolizione dei rebates, gli sconti sui versamenti al bilancio comunitario previsti per alcuni Paesi (tra i quali proprio l’Olanda). «Ogni nostra, anche parziale, flessibilità riguardo all’esigenza politica, per alcuni Stati membri, di mantenerli, non può che essere condizionata a una piena ed effettiva apertura, da parte di quei Paesi, ad un accordo rapido e di alto profilo su Next Generation Eu», ha replicato Conte che, invece, punta a spostare il monitoraggio dal Consiglio alla Commissione europea. L’Italia punterebbe a modificare anche i parametri di erogazione dei fondi, ora basate sulla suddivisione tra il 70% nel biennio 2021-22 in base ai dati sulla disoccupazione del periodo 2015-19 e il restante 30% nel 2023, basato sul calo del Pil nel 2020-2021.

Insomma, una situazione di stallo ben peggiore di quella che era stata dipinta alla vigilia. Anche perché, tra i vari punti da affrontare, c’è anche la richiesta dei «frugali» di subordinare l’erogazione degli aiuti al rispetto delle libertà fondamentali, uno stratagemma per diminuire i fondi diretti ai Paesi meno «digeribili» dai benpensanti come l’Ungheria di Orbán e la Polonia di Duda. Uno stop-and-go continuo che ha finito con l’indispettire anche la Repubblica Ceca, tra i paesi maggiormente pessimisti sulla possibilità di raggiungere un accordo. E così, viste le difficoltà nella definizione di un’intesa parziale, alle 18 circa la plenaria è stata sospesa e si è passati agli incontri bilaterali in attesa della cena nella quale sarebbero state presentate nuove proposte. Ed è proprio in quel frangente si è appalesata la «primazia» tedesca. Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione, ha preso con sé il presidente della Commissione von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel e il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron. È probabile che si cerchi di convogliare le trattative sulla proposta iniziale di Michel con il via libera ai piani di riforma a maggioranza qualificata (via libera alla valutazione della Commissione a maggioranza qualificata (55% dei Paesi membri, cioè almeno 15 Paesi su 27, che devono rappresentare almeno il 65% della popolazione Ue). Senza un’intesa all’Italia resterebbero i 37 miliardi del Mes e il ricorso a nuovo debito pubblico sempre più difficile da collocare.



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