Rispecchiarsi ieri e oggi nell’Ohio con Pavese

ROMA – Per capire quanto sia cambiata l’America e in che direzione stia andando sono letture esemplari i racconti di ”Winesburg, Ohio” scritti da Sherwood Anderson nei primi anni del Novecento (Einaudi, pp. 245 – 19,00 euro – traduzione di G. Trevisani) e il romanzo ”Ohio” di Stephen Markley del 2018 e appena uscito (Einaudi, pp. 540 – 21,00 euro – traduzione di C. Mennella), ambientati in due cittadine di quel Midwest dove oggi Trump miete più successi.

Questo ricordando però, come scriveva Cesare Pavese nel 1931 sin dal titolo di un saggio proprio su Anderson e gli albori della società industriale, che il Middle West non è diverso dal Piemonte, da noi: ”Anche in America scorre il sangue nei corpi, ci sono istinti, ci sono passioni, ci sono lavori vitali e non solo efficienti… C’è la vita in America come nella vecchia Europa: c’è la natura eterna, ci sono i canti, c’è il fiume, le risa” e se si racconta questo, se si va al fondo dell’uomo, ogni lettore, non solo l’americano, potrà riconoscersi nelle storie e personaggi che si fanno appunto universali. Il che vale anche per la forza impietosa e l’umanissimo sguardo della narrazione di Markley.

Anderson, rifacendosi a Clyde, la cittadina in Ohio della sua giovinezza, racconta con una lingua assolutamente coinvolgente come si stia trasformando il west con l’arrivo dell’industria e le angosce, la solitudine e i sogni di cow boy e agricoltori che diventavano operai spaesati davanti a cambiamenti tanto sostanziali e rapidi, con chi cede e chi reagisce con tutto se stesso davanti alla fatica di costruirsi un futuro migliore. Il fulcro sono i rapporti umani e sentimentali da perseguire in un mondo che mette le persone sotto pressione e le cambia, e si legga anche in quest’ottica in particolare il testo che dà il titolo alla raccolta ”L’uomo diventato donna e altri racconti” sempre di Anderson (Marsilio, pp. 202 – 16,00 euro – traduzione di A. De Biasio) appena arrivato in libreria. Invece i personaggi descritti oggi con nitida ferocia e pietà da Markley vengono dopo anni di consumismo fine a se stesso e varie guerre, l’ultima che li ha segnati personalmente in Iraq, e sono uomini e donne oramai del tutto alla deriva, senza alcuna idea di futuro, disumanizzati nello sforzo di non fare i conti con se stessi. Finiranno per esservi costretti trovandosi ad affrontare il proprio pesante passato, l’essere cresciuti a New Canaan, cittadina di una provincia desolata dell’Ohio in cui si cercava di sentirsi vivi disperatamente tra sesso, droga e aspra violenza. Il saggio di Pavese oggi lo possiamo rileggere in quelli raccolti in ”La scoperta dell’America” appena ripubblicati da Nutrimenti (pp. 240 – 15,00 euro) scritti e usciti su varie riviste tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento e che andranno a formare la prima parte del suo volume ”La letteratura americana e altri saggi”, uscito nel 1951. Sono pagine importanti e che non hanno perso la loro vitalità, scritte da un giovane tra i venti e trent’anni che in quella produzione, tanto diversa da quella nostrana di letterati in fuga dalla realtà, autoreferenziali, prigionieri della prosa d’arte e schiacciata dalla mortificante retorica fascista, scopriva un mondo e un modo diverso di raccontare, sottolineando che ”l’essenziale non è ciò che si rappresenta, ma il modo in cui lo si rappresenta”. E Ernesto Ferrero, introducendo questa riedizione, aggiunge che appunto ”attraverso gli americani, il giovane Pavese si stava costruendo il linguaggio di cui ha bisogno per irrobustire il proprio sangue espressivo”.

Ad affascinare lui, e non solo lui (basti pensare a Vittorini e alla sua antologia ”Americana” osteggiata dal regime) è quell’America, per usare parole di Italo Calvino, ”calda di sangui di popoli diversi, fumosa di ciminiere e irrigua di campi, ribelle alle ipocrisie chiesastiche, urlante di scioperi e di masse in lotta, che diventava un simbolo complesso di tutti i fermenti e le realtà contemporanee”. Era appunto, come lo stesso Pavese spiegò anni dopo, ”il gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti”, era, in quegli stessi anni, come ”veder svolgersi su uno schermo gigante, il nostro stesso dramma”, così che ”noi scoprimmo l’Italia cercando gli uomini e le parole in America”. E spesso ciò accade ancor oggi con una narrativa di gran presa sul reale e la contemporaneità, che cerca di rendere metaforica e magari epica la cronaca di un grande paese, in cui per alcuni versi è come vedessimo anticipato il nostro futuro. 


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