Salario minimo anti-imprese. L’«idea ribelle» della Catalfo

«La mia idea ribelle del momento è il salario minimo, è necessario sia inserito nel nostro contesto perché non dobbiamo dimenticare che in Italia ci sono 5 milioni di lavoratori poveri, che hanno un contratto ma un salario al di sotto della soglia di povertà». Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo nel suo intervento alle «Olimpiadi delle Idee» dei Cinque stelle ha lanciato un’altra bomba sulle speranze di ripresa delle aziende italiane. L’esponente pentastellata è estensore della proposta di legge che, proprio un anno fa, faceva trasalire Confindustria e che la successiva crisi di governo affossò: un salario minimo da almeno 9 euro lordi l’ora. Il maggior costo per le imprese, secondo i calcoli dell’Inapp, sarebbe stato di 6,7 miliardi di euro. Una cifra difficilmente sostenibile nel contesto post-Covid anche se il taglio strutturale del cuneo fiscale (cui dovrebbe accompagnarsi) consentirebbe ai datori di lavoro di recuperare oltre 6 miliardi. «È necessario intervenire e anche in Europa si parla in questo momento di salario minimo, la Commissione Ue sta portando avanti questo tema», ha aggiunto sollevando, poi, un altro tema.

«È necessaria una commissione per la riforma degli ammortizzatori sociali: avranno un punto centrale nelle politiche attive del lavoro e nella formazione continua», ha proseguito. La pandemia ha messo a nudo non solo la farraginosità dei meccanismi, ma anche il sostanziale sbilanciamento verso l’assistenzialismo (Cig, Rem, bonus vari per non parlare del reddito di cittadinanza) più che sulla formazione continua. Catalfo ha, tuttavia, dimenticato (o finto di farlo) che una commissione per la riforma esiste già ed è composta dai professori Marco Barbieri, Vito Pinto, Dario Guarascio, Simonetta Renga e Mariella Magnani. Insomma, ci sono già cinque esperti che si stanno occupando di politiche attive (tutela di chi perde il posto finalizzata al reimpiego). Peccato che finora il tutto sia rimasto lettera morta.

Intanto, non si può non notare come Catalfo sia la vera domina dello scostamento di bilancio, considerato che 15 (una decina per la cassa integrazione) su 25 miliardi totali saranno destinati proprio alle misure emergenziali per la difesa dei posti di lavoro. Fra le varie misure allo studio anche sei mesi di sgravio al 100% dei contributi per i neoassunti e 3-4 mesi di decontribuzione piena per i dipendenti che vengono fatti rientrare dalla Cig. Le simulazioni sono ancora in corso e la decisione finale sarà presa valutando quanto residua da Rem e cassa-Covid. La decontribuzione dovrebbe costare circa un miliardo (2.600 euro per quattro mesi a lavoratore, dal momento in cui le imprese lo faranno rientrare dalla cig), mentre lo sgravio per i neoassunti è di 4mila euro.

Domani, infine, riprenderà il confronto sulle pensioni con Cgil, Cisl e Uil per l’avvio di un tavolo tecnico di studio sulla riforma del sistema pensionistico. L’obiettivo è garantire una flessibilità maggiore in uscita visto che quota 100 terminerà nel 2021. Ma la questione è solo una: sapere quante risorse sono disponibili.



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