Se il “Corriere” fa il tifo per un regime comunista

Paolo Mieli è stato elegantemente definito da Gabriele Carrer su Formiche.net un «terzista internazionale» perché nel suo editoriale di ieri sul Corriere ha raccontato la storia del Venezuela in un modo talmente peculiare da trasfigurarla, rendendola irriconoscibile. Come è stato possibile che un giornalista stimato come lui abbia pubblicamente apprezzato l’impegno di M5s e Vaticano per una linea a suo dire «neutrale» sul regime di Maduro, che sarebbe, sempre secondo Mieli, «improprio definire una dittatura»? Insomma, proprio nel giorno in cui l’Europa ha tolto finalmente l’ipocrita definizione di «democrazia a partito unico» per Cuba, Mieli scrive che il Venezuela in fondo lo è. Per poi aggiungere che i presunti soldi al M5s li avrebbe inviati Chávez in persona e che tutto finirà presto nel nulla. Errore. Abc non ha scritto questo ma che ad inviare i soldi del fondo «spese riservate» del ministero dell’Interno della dittatura sono stati Tareck El Aissami, narcoterrorista con una taglia di 10 milioni di dollari e l’attuale presidente Maduro, all’epoca ministro degli Esteri e capo della diplomazia venezuelana. Anche su di lui oggi pende una taglia di 25 milioni di dollari (sempre per narcoterrorismo), la maggiore della storia Usa dopo quelle per Bin Laden, Al Zawairi e Caro Quintero.

Inoltre per Mieli «il documento pubblicato dal quotidiano spagnolo Abc è ad ogni evidenza artefatto». Un’affermazione che non è supportata però da controprove visto che, ad oggi, nessuno è di fatto riuscito a dimostrare che il documento sia falso. Sono solo illazioni. Anche la testimonianza dell’ex grillino Giovanni Favia per lui sarebbe «poco convincente» mentre «Alex Saab» viene definito «un misterioso colombiano» che «avrebbe complottato a favore del regime venezuelano». Saab non è coinvolto nel Valigiagate, ma il suo caso con tanto di arresto da parte dell’Interpol mostra chiaramente i tentacoli della piovra venezuelana in Italia, visto che il «misterioso Saab» aveva domicilio fiscale ai Parioli. Mieli denigra dunque tutte le prove, senza fornire controprove se non la solita teoria ombrello del complotto Usa e della «manina», sempre utile a chi, in Italia, vuole solo mettere a tacere ogni questione. Incredibilmente Mieli afferma poi che ci sarebbe «una parte di popolo venezuelano, probabilmente maggioritaria schierata col governo», un po’ come chi si ostinava a dire, prima del crollo del Muro che la maggioranza del popolo dell’ex Ddr stava con Honecker. C’erano certamente alcuni che lo scrivevano, ma non in prima pagina del Corriere. Degna di Orwell infine l’affermazione di Mieli secondo la quale dopo la sconfitta elettorale del 2015 «Maduro aveva reagito varando un modello eccessivamente innovativo sotto il profilo della democrazia rappresentativa». Modello troppo innovativo? Un modello che ha impedito ai parlamentari di insediarsi per evitare che l’opposizione avesse i due terzi sufficienti per destituirlo, ha messo un pluriomicida alla guida della Corte Suprema e creato una Costituente comunista sul modello cubano. Il tutto ammazzando migliaia di persone. Decisamente troppo innovativo.



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