Su Aspi solo l’ultimo scontro Di Maio e Conte ai ferri corti

C’è più di qualcosa che non va. E si vede proprio dalla smentita. Luigi Di Maio, con una nota dettata dal suo staff, risponde in politichese spinto al retroscena di Repubblica che riportava uno scontro abbastanza acceso tra il premier e il ministro degli Esteri dopo il Consiglio dei Ministri di martedì notte. «Tra me e Giuseppe Conte c’è un rapporto di leale e trasparente collaborazione». Sono finiti i tempi in cui l’ex capo politico del M5s diceva di essere orgoglioso del presidente del Consiglio. In un’adulazione tutta retorica, non sempre sincera. Adesso è diverso, e perfino l’ipocrisia della politica ha i suoi limiti. I due si inseguono, competono, sgomitano. Cambiano le carte in tavola. Ne è la riprova la girandola di riposizionamenti di cui si è reso protagonista l’ex leader grillino nelle ultime settimane. Il tema è Autostrade. Prima fuoco e fiamme sulla revoca, poi la mediazione su un’uscita dei Benetton, infine la preoccupazione per la futura quotazione in borsa e l’incertezza sui tempi per l’estromissione totale della famiglia veneta. Dubbi fatti recapitare a Conte. E condivisi da una nutrita pattuglia di parlamentari del M5s. Che dietro l’esultanza nascondono la loro frustrazione per un’altra promessa disattesa, un’altra bandiera sgualcita dal tempo. A questo proposito, sono eloquenti alcuni commenti sulle pagine social degli esponenti grillini in cui gli attivisti gridavano alla vittoria di Pirro.

E Di Maio sta tentando di cavalcare sotto straccia il malessere. «L’accordo è indigesto a molti dei nostri» dice un parlamentare vicino all’ex capo politico. Il nodo della questione, come anticipato mercoledì dal Giornale, è la mancata uscita totale dei Benetton dalla società che gestirà le autostrade e la specie di buonuscita, senza responsabilità, garantita alla dinastia di imprenditori del settore tessile per la loro permanenza nel gruppo attraverso quote di minoranza. In più ci sono i dubbi su ciò che accadrà con la quotazione in borsa. Anche se, ripetono i più raziocinanti del M5s a taccuini chiusi «era l’unica soluzione possibile». La convinzione è che anche questo momento di tensione passerà senza lasciare troppi strascichi. Quel che è certo è che Di Maio ha vissuto come una sfida l’ultima accelerazione di Conte sulla linea dura prima di chiudere la trattativa. Un segnale della sua volontà di controllare il M5s, sottraendo parlamentari all’influenza dell’ex capo politico.

Nel gioco del potere, in quel continuo mostrare i muscoli, rientrano i voti non conformi alle indicazioni sull’Agcom. 42 voti per Emilio Carelli alla Camera, 22 schede bianche al Senato che stavano rischiando di affossare la candidata grillina Elisa Giomi. Un modo, dicono i bene informati, attraverso cui Di Maio ha fatto vedere al premier di controllare molti deputati e senatori.

Con le stesse lenti della competizione interna si può leggere il caos messo in piedi da grillini e dem sulle nuove presidenze di Commissione. E non è un caso che i leghisti scherzino quando si chiede loro se davvero Di Maio abbia nostalgia di un’alleanza con il Carroccio: «Chiedetelo a lui», ci dice sorridendo sornione un deputato della Lega vicino a Matteo Salvini. Anche qui, i toni non sono così duri come qualche mese fa. Piccoli segnali di qualcosa che si sta muovendo. In uno scenario in cui un voto sul Mes a settembre potrebbe mandare sotto il governo a Palazzo Madama. Di Maio sarà della partita, e su Aspi avverte: «Se verrà quotata in borsa come sembra, dobbiamo lavorare affinché la nuova società non sia assoggettata alle logiche di mercato».



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