Tra software e “rime buccali”. Uno scaricabarile sui presidi

Cosa ha fatto di male la scuola per essere trattata così? A parole, non c’è nulla di più importante, è il nostro futuro, il nostro orgoglio, una fucina di talenti (pronti a partire per l’estero). Nei fatti, è in fondo alla lista delle priorità, l’unica attività a non aver riaperto e l’ultima a presentare un piano per la ripartenza.

Al ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina è toccato l’ingrato compito di dover abbozzare qualcosa di molto simile a una riforma in un momento di caos dovuto al Covid e nella mancanza di fondi nonostante le promesse del premier Giuseppe Conte, che ieri ha affermato di aver stanziato un miliardo. Ma il presidente del Consiglio ha affermato un sacco di altre cose rivelatesi fortemente esagerate per non dire campate in aria.

La Azzolina si è applicata e ha preparato una serie di misure approvate ieri in accordo tra Stato e Regioni. In un tripudio inglorioso di burocratese, apprendiamo che la scuola aprirà il 14 settembre. Attimi di smarrimento davanti all’obbligo di distanziare «le rime buccali» di almeno un metro. «Rime buccali»? Mezza Italia è andata a consultare la Treccani e ha scoperto trattarsi delle normali «bocche». Bene. Le certezze finiscono qua. Per risolvere il problema del materiale necessario a mettere in sicurezza gli alunni sono istituite «conferenze dei servizi, su iniziativa dell’Ente locale competente, con il coinvolgimento dei dirigenti scolastici, finalizzate ad analizzare le criticità delle istituzioni scolastiche che insistono sul territorio di riferimento delle conferenze». Massì analizziamo pure le «criticità», a partire dalla prosa del documento, poi alla fine i presidi si dovranno arrangiare. Esce confermato quanto si era sentito dire in queste settimane: classi divise in più gruppi di apprendimento, turni differenziati a seconda dei gradi scolastici, estensione dell’orario fino al sabato e per gli istituti di secondo grado la didattica a distanza, ma solo in maniera complementare. Però… Deciderà il preside di ogni singolo istituto. I ragazzi dovranno indossare le mascherine? Non si sa neppure questo. La decisione è rimandata a fine agosto quando il quadro medico potrebbe essere cambiato.

Il ministro grillino è entusiasta degli algoritmi come i suoi compagni digital-maoisti. Grazie a un software, ha detto ieri, «posso dire che, rispettando il metro di distanza, ho circa il 15% degli studenti che devo portare fuori dagli edifici scolastici». Saranno necessari interventi di «edilizia leggera» e «si utilizzeranno i 3.000 edifici scolastici che erano stati dismessi a causa del ridimensionamento». Bene. Resta solo da decidere, a meno che non lo faccia il software, quali sono i ragazzi da parcheggiare lontano dai compagni. Sarà a rotazione o ci saranno autentici esiliati? Attendiamo gli sviluppi. Non bastasse ancora c’è un’altra possibilità: «Portiamo i nostri studenti nei teatri, negli archivi, nelle biblioteche, facciamo in modo che respirino la cultura di cui hanno bisogno». Gli studenti purtroppo non hanno bisogno di «respirare cultura» ma di studiarla nelle aule. Inoltre nei luoghi citati, informiamo il ministro, la maggior parte delle scuole già ci va regolarmente.

L’autonomia poteva essere una soluzione. Del resto, solo chi sta sul territorio conosce le esigenze di un istituto. Ma questa non è vera autonomia, che implica anche la possibilità di confezionare un’offerta formativa adeguata e di reclutare le persone (professori) più adatte a quello scopo. No, questa è improvvisazione.

La Azzolina ha tutte le attenuanti. Si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non ha l’autorevolezza per affrontare questa situazione che sarebbe complicata anche per un ministro competente. Per aprire «rima buccale» su un argomento, sarebbe necessario avere le conoscenze necessarie e un’idea che vada un po’ oltre l’emergenza. Non è questo il caso.



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