Tutti in cassa senza contratto. Il flop del governo sul lavoro

Il lavoro è la principale vittima della crisi. Nei mesi di marzo e aprile oltre la metà delle imprese italiane ha fatto ricorso alla cassa-Covid. La cig ha riguardato quasi il 40% dei dipendenti del settore privato. È quanto emerge da uno studio dell’Inps in collaborazione con la Banca d’Italia. Ogni impresa grazie all’ammortizzatore sociale ha risparmiato mediamente circa 1.100 euro per dipendente presente in azienda. Tra le imprese più piccole, che hanno utilizzato prevalentemente la cassa in deroga, l’importo medio risparmiato grazie alla riduzione dell’orario di lavoro è stato pari a 3.900 euro nel bimestre. Le imprese più grandi del settore dei servizi hanno risparmiato in media quasi 24mila euro. Per le imprese della manifattura la minore spesa è stata di circa 21mila euro.

In media, ogni lavoratore in cassa-Covid ha subito una riduzione oraria di 156 ore, il 90% dell’orario mensile di lavoro a tempo pieno (pari a 173 ore in marzo e aprile), perdendo il 27,3% del proprio reddito lordo mensile.

L’Istat ha sottolineato un altro fenomeno preoccupante: a fine giugno erano in attesa di rinnovo 52 contratti di lavoro relativi a circa 10,2 milioni di dipendenti (l’82,4% del totale cui corrisponde un monte retributivo pari all’81,6%). Il dato è quasi doppio rispetto a quello di giugno 2019 quando «solo» il 42,0% dei dipendenti era in attesa di rinnovo. In prospettiva, rileva l’Istat, «la dinamica retributiva registrata in questo periodo potrebbe mostrare caratteristiche di elevata persistenza, riflettendo gli effetti sia del rallentamento dei processi negoziali indotti dall’incertezza economica derivante dall’emergenza sanitaria sia della revisione verso il basso delle previsioni dell’inflazione per il 2020 e 2021, ampiamente inferiori al punto percentuale». Proprio a causa del massiccio ricorso delle imprese alla cassa integrazione, infatti, l’incremento delle retribuzioni medie orarie (+0,6% annuo nel semestre) è da considerarsi puramente virtuale.

I due dati restituiscono, infatti, un quadro abbastanza desolante sia delle politiche per il lavoro che delle relazioni industriali. Da una parte c’è un governo che non ha saputo far altro, per contrastare l’emergenza, che bloccare i licenziamenti e distribuire a pioggia cassa integrazione (che prenderà una decina di miliardi sui 25 di nuovo scostamento). Dall’altra parte, la scadenza dei contratti è rivelatrice dell’incapacità di parti datoriali e, soprattutto, dei sindacati di costruire un nuovo framework per i rapporti di lavoro. Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha chiesto di aprire un tavolo nel quale ridisegnare le regole base, agganciando non solo i salari alla produttività ma delegando il capitolo aumenti al livello aziendale.

Proposte respinte al mittente, in primo luogo dalla Cgil. Il segretario confederale, Tania Scacchetti, ha commentato le analisi di ieri sostenendo la necessità di «ridare capacità di spesa ai ceti medi e medio-bassi per evitare un crollo dei consumi che avrebbe effetti negativi sull’economia del Paese». Si tratta della stessa direttrice che il governo e la maggioranza vorrebbero seguire per la riforma fiscale, ma è una posizione ideologica che si trova al nadir di quella di Confindustria. «Rinnovare i contratti – ha aggiunto Scacchetti – non significa solo leva redistributiva, ma anche «cambiare un modello di competitività troppo giocata sulla svalorizzazione del lavoro e sulla precarietà». Un vocabolario che fa infuriare Bonomi.



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