Viaggio a Pozzallo e a Comiso tra i richiedenti asilo sbarcati in Italia

Pozzallo (Ragusa) Pozzallo (Ragusa). Il cancello d’ingresso dell’hotspot è guardato a vista da agenti di polizia. A destra due tende termo resistenti, in cui sono alloggiati alcuni migranti seduti all’ombra senza far niente. Operatori che indossano dispositivi di protezione vanno avanti e indietro. È qui che sono ospitati 189 dei migranti sbarcati nei giorni scorsi sulle coste siciliane. Tra loro 8 donne, 2 minori non accompagnati e altri 2 accompagnati. Sono nel centro per trascorrere il periodo di quarantena imposto dalla normativa anti Covid-19. Gli uomini sono ammassati in due diversi stanzoni, tutti con un sistema di aerazione che impedisce l’eventuale contagio e facilita il ricambio d’aria. Dormono in letti a castello, ma a guardare al di là del vetro se ne notano due o tre poggiati sullo stesso materasso, sembrano annoiati. Si affacciano incuriositi per vedere chi passa fuori. Vengono rifocillati, curati e dopo 14 giorni sono pronti per essere trasferiti altrove, in attesa di capire se possono avere l’asilo. In apparenza sembra tutto tranquillo, eppure la situazione è drammatica.

«Lo vede quel vetro? – ci racconta un poliziotto indicando una finestra rotta – Hanno cercato di sfondarlo per fuggire. Una persona è riuscita a evadere e non l’abbiamo più trovata. Ci provano di continuo, rischiamo ogni ora. Io non mi faccio un giorno di pausa dal 27 giugno. Siamo sempre in allerta». Quando chiediamo chi sono queste persone arriva la risposta da parte di un operatore. «Sono tutti delinquenti – chiarisce -, gente che viene qui non certo per lavorare. In tanti ci dicono che vogliono andare in Francia». A Pozzallo non c’è nessun positivo al Covid, quelli risultati infetti sono stati tutti trasferiti. Undici di loro sono stati portati in isolamento due giorni fa, all’ospedale militare del Celio. Il resto è a Contrada Cifali, nel comune di Comiso, in una vecchia azienda agricola poi trasformata nel tempo in un centro sperimentale di settore, il San Pietro, da cui in breve tempo sono riusciti a fuggire cento migranti, moltissimi dei quali positivi. Il numero certo dei contagiati è difficile da capire, anche perché diversi tra loro non avevano ancora fatto il tampone. Nella struttura, totalmente inidonea a evitare le fughe, circondata da una recinzione rotta in diversi punti e protetta da appena 11 rappresentanti delle forze dell’ordine tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, sono ospitati 86 migranti. Il test sierologico sugli ultimi sbarcati aveva rivelato la positività per 19 di loro. Dopo essere stati sottoposti al tampone, 11 sono stati trasferiti al Celio con malattia conclamata. Ieri da uno screening ulteriore ne sono risultati malati altri 14, rimasti in promiscuità con altri migranti. Quaranta, quindi, sono potenzialmente positivi, ma da ciò che dicono i medici potrebbero essere tutti e 86 malati. Tra loro ci sono 37 afghani, 3 siriani e moltissimi tunisini.

In questo centro, da cui è così facile fuggire che c’è da chiedersi perché il governo abbia imposto misure tanto restrittive agli italiani, quando lascia i clandestini liberi di scappare nonostante siano altamente contagiosi, gli operatori delle forze dell’ordine sono esasperati. Ma neanche i sindacati di Polizia possono entrare, tanto che ieri anche al segretario generale del Sap, Stefano Paoloni, è stato precluso l’accesso. «Ordini del Viminale – ci dice qualcuno -, ci viene imposto di non far entrare gente». Insomma, dei migranti non si può parlare, forse è tanto e tale lo scandalo che va insabbiato sotto a un cumulo di omertà. Cosa certa è che guardando verso una palazzina notiamo una zona delimitata con del nastro rosso e bianco. «Ecco – ci raccontano – quelli sono i positivi. Sereni e all’aria aperta». Poco distanti dei muretti fatti di pietre. Armi potenziali per colpire gli agenti. Qualche giorno fa un finanziere e due poliziotti del Reparto mobile di Reggio Calabria, in servizio qui, hanno avuto la peggio. Diversi immigrati sono scappati, verso la campagna o la città, liberi di contagiare chiunque. Una vergogna tutta italiana che l’esecutivo fa di tutto per nascondere.



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