Zingaretti fa disastri ma viene in Lombardia a dare lezioni di sanità

«Un’altra sanità per vivere sicuri». A dare lezioni alla Lombardia arriva Nicola Zingaretti, che non è solo governatore di una Regione, il Lazio, che ne ha sbagliate tante, è pure segretario di un partito che sull’epidemia non ne ha azzeccata una, a partire dalla sciagurata campagna per «non fermare» Milano, e Bergamo, salvo poi lasciare che i suoi esponenti accusassero spudoratamente la Lombardia di non aver chiuso prima.

Il convegno è in programma domani, simbolicamente ospitato al Pirellone, palazzo regionale per antonomasia a Milano, ora sede del Consiglio. Irrituale che l’introduzione sia affidata al segretario regionale Vinicio Peluffo, e al capogruppo Fabio Pizzul, insieme a Walter Ricciardi, presentato come consigliere del ministero della Salute. Un tecnico ministeriale che in quanto tale dà un contributo a un evento di partito è discutibile, e il presidente del Consiglio di municipio 4, Oscar Strano, dichiara di considerarlo «assolutamente inopportuno». «Una grave interferenza» dice, visto che si tratta di «un evento di partito nel quale, nella migliore delle ipotesi, si contestano le scelte che la Regione ha assunto in linea con il ministero della Salute». Relatrice sul tema «confronto con altri modelli regionali», sarà anche la sottosegretaria Sandra Zampa, impegnata anch’essa in questi giorni in una ricostruzione che scarica sulla Regione anche le carenze – tante – del governo.

Al di là delle forme istituzionali, è la sostanza che non sta in piedi. Anche quella politica. Il Pd si fossilizza su una linea oltranzista, da vecchia sinistra antagonista, che non avanza questo o quel rilievo, questa o quella riforma, ma sogna «un’altra sanità», come «un altro mondo possibile» sognavano i no-global. Eppure la sanità lombarda da anni risulta ai vertici delle classifiche italiane, ed europee, e cura ogni anno 160mila pazienti non lombardi.

Al contrario la sanità del Lazio si colloca in posizioni non esaltanti, per esempio nella «griglia Lea», e una ricerca della Fondazione Gimbe ha attestato una «fuga dal Lazio». «Grande fuga dagli ospedali: Nel Lazio il record di chi va a curarsi fuori», si legge in un articolo pre-Covid del Messaggero, secondo il quale «chi va a curarsi in una regione differente da quella in cui abita una volta su tre va o in Lombardia o in Emilia-Romagna».

Ma anche la gestione dell’epidemia, nel Lazio, non è stata brillante, anzi è parsa una collezione di flop. Dallo «scandalo delle mascherine» alle barelle, si è vista una serie di piccoli-grandi incidenti e gaffe, a partire proprio dalla visita a Milano del 27 febbraio (4 giorni dopo lo scoppio dell’emergenza) quando Zingaretti prese parte a un aperitivo sui Navigli e a una cena a Bollate: «Sfida il panico che si è diffuso a causa del Coronavirus» scrisse La Repubblica. Il 7 marzo Zingaretti risultò positivo al Covid, fortunatamente si è presto ripreso e ora torna in cattedra insieme ai compagni, i quali sono stati altrettanto maldestri. Qualcuno rideva della mascherina di Attilio Fontana, salvo poi magari convenire col segretario che la mascherina avrebbe dovuto diventare la «moda dell’estate». Qualcuno pensava che si facessero troppi tamponi, poi tutti hanno rimproverato alla Lombardia di farne pochi, qualcuno ha provato a mettere il cappello sull’ospedale in Fiera, per poi contestarlo.

Tutti hanno indicato in una delibera lombarda sulle Rsa la causa di molti mali, salvo poi scoprire che un’altra Regione aveva adottato una misura simile 20 giorni dopo. Quale? Il Lazio di Zingaretti.



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